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All the Lovers in the Night
Correttrice di bozze freelance domiciliata a Tokyo, Fuyuko osserva il mondo da un oblò. Zero contatti sociali, poche conversazioni, un solo attestato di presenza là fuori: quando ogni anno, nel giorno del suo compleanno, si concede di camminare da sola per la città a mezzanotte. È in una di queste rare occasioni che incontra Mitsutsuka, un insegnante di fisica più grande di lei, riservato e gentile, conosciuto in un centro culturale. Si dipana una strana forma di avvicinamento sentimentale e platonico, fatta di esitazioni, pudori e parole pronunciate una volta ogni tanto.
Tratto dal romanzo omonimo di Mieko Kawakami, Subete mayonaka no koibitotachi, uscito in Italia per edizioni e/o con il titolo Gli amanti della notte, il film di Yukiko Sode ne conserva la matrice intimista, lavorando soprattutto sulla dimensione percettiva della protagonista.


All the Lovers in the Night
E arriva. Non per propulsione drammatica, né per intensità manifesta, ma in forza di un vibrato interno quasi impercettibile, per grazia sommessa, per il modo in cui si dispone pazientemente attorno a una figura femminile trattenuta, quasi impermeabile al mondo e tuttavia attraversata da correnti emotive continue. Lontano dalla retorica del disagio, il racconto della solitudine, e del trauma, di Fuyuko è una lezione di pudore che alla lunga conquista.
Nonostante limiti evidenti, dalla durata eccessiva all’andamento per accumulo, dal registro compassato alle scene non sempre necessarie, All the Lovers in the Night è un lavoro sintomatico, perfettamente inserito nel contesto giapponese, che dice qualcosa di non banale sul malessere delle relazioni in quella parte di mondo e non solo. Yukiko Sode lavora di sottrazione, di non detti, di emozioni soffocate e di gesti che non sbocciano. La recitazione trattenuta di Yukino Kishii e la presenza ordinaria, quasi dimessa, di Tadanobu Asano sostengono perfettamente l’architettura relazionale tra Fuyuko e Mitsutsuka.


All the Lovers in the Night
Efficace la metafora della correttrice di bozze. Fuyuko è abituata a intervenire sui testi degli altri, senza potersi veramente appropriare della scrittura. Come nella vita, resta ai margini del testo. Il film racconta proprio il tentativo di uscire dall’angolo, di passare dalla correzione silenziosa dell’esistenza al rischio di trovare una voce propria.
La fotografia in 16mm, la grana elegante dell’immagine, il formato raccolto e l’uso della luce costruiscono intorno a lei un’atmosfera fragile, ma non sempre immune da manierismi. C’è qualche tentazione da cinema d’autore europeo, una certa rarefazione calcolata, persino qualche vezzo formale. Ma sotto questa superficie c’è materia viva. E il rapporto tra solitudine, femminilità, lavoro e alcol compone un intreccio abbastanza inconsueto, capace di dare al film una fisionomia emotiva personale.



