È trascorso solo un anno da quando Anuparna Roy, regista indiana classe 1994, vinceva nel 2025 il premio alla miglior regia della sezione Orizzonti con il suo lungometraggio di debutto, Songs of Forgotten Trees. Tornata di nuovo al Lido per Venezia 83, sempre in Orizzonti, Roy incrocia in Lovers in the Blue Night le esistenze trascinate di quattro persone migranti bengalesi in una Mumbai caotica, piena di colori ma piena anche di luridume.

A vivere una vita di espedienti ci sono un derattizzatore, Karim (Pritam Pilania), e sua moglie Ameena (Neelina Sharma), che lavora in una sorta di bar-bordello. Si arrabattano alla bell’e meglio in un quotidiano di miserie e piccoli sogni, senza un senso di appartenenza sotto ai piedi e con la fatica addosso di ricollocarsi in un paese socialmente rigido come lo è l’India. Mentre scivolano sul piano inclinato di un matrimonio indecifrabile e consumato a fatica, sulla precarietà dei due cadono poi addosso prima l’incontro di Karim con un ladruncolo in cerca di riscatto dalla casta (Bhushan Shimpi) e poi delle goffe avances che qualcuno sta iniziando a muovere ad Ameena (Jatin Sarin).

Ma chi sono gli amanti del titolo? Chi amano, come lo amano? Questa la domanda che muove le intenzioni di Lovers in the Blue Night, film che scorre liquido tra inaspettate combinazioni sentimentali e sfumature queer. Di mezzo ci sono pulsioni represse e identità negate, inconfessabili sotto la luce del sole e per questo sfogate di nascosto sotto quella della luna. La sceneggiatura di Roy è appassionata nell’andarsi a infilare in convergenze emotive insolite, nell’immischiarsi in un quadrato amoroso scomposto e irrisolvibile con gli strumenti della geometria umana in possesso di questi personaggi, così come alla regista non si può negare l’avere uno sguardo ricco e da coltivare.

Eppure ciò non è sufficiente per evitare a Lovers in the Blue Night un precoce inscatolarsi dentro vignette dallo stampo melodrammatico e dal tono alto, gridato. Roy non dirige bene i quattro attori protagonisti (anche se Pilania e Sharma sono un po’ più protagonisti degli altri due), che di rimando perdono il polso di un registro che viene chiesto loro carico e sanguigno. Ciò comporta che il racconto strabordi dai suoi confini mobili fino ad essere risucchiato in una progressiva escalation di urla, accuse, lacrimoni.

Si cerca in un primo momento un racconto per jump-cut narrativi, per ellissi poetico-amorose di vaga memoria alla Wong Kar-wai. Ma il tocco, anche alla luce del talento dell’autrice, non è ovviamente nemmeno simile. E allora questo grande calore sentimentale che Lovers in the Blue Night insegue, invece di essere incanalato le scivola via dalle mani, rendendo il film disomogeneo e involontariamente grottesco, svirgolando in diversi momenti dalle parti dell’effetto telenovela, o peggio ancora dello scult.

Al lavoro di Roy resta un merito innegabile. Che sarebbe quello di provare ad allentare – leggasi: ingaggiare e sfidare – le briglie di cosa si può raccontare e di come si può provare a farlo nel cinema indiano, offrendo prospettive e tensioni umane di certo poco viste e imboccando sentieri raramente battuti. Stavolta non basta, ci si rivedrà.