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L'hangar rosso
“Non c’è niente da pensare, Colonnello. Sono un membro della Forza Aerea e sono a disposizione dei miei superiori”.
Cile, 11 settembre 1973, il giorno del golpe militare avallato dagli Stati Uniti che portò all’uccisione di Salvador Allende e all’insediamento del dittatore Augusto Pinochet.
Il capitano Jorge Silva (Nicolás Zárate), ex capo dell’intelligence dell’Aeronautica, viene incaricato di trasformare l’Accademia in cui sta addestrando i giovani cadetti in un centro di detenzione e tortura. Mentre gli hangar si riempiono di prigionieri e la repressione diventa sempre più brutale, Silva si ritrova a un bivio: obbedire agli ordini e appoggiare il nuovo regime, o disobbedire e aiutare chi lotta per sopravvivere?
Il cinema cileno continua a fare i conti con lo squarcio mai rimarginato di quel giorno spartiacque, inesauribile dispositivo di indagine etica, politica e antropologica. Presentato alla 76ª Berlinale, poi al Biografilm di Bologna e ora dal 9 luglio in sala con I Wonder Pictures, L'hangar rosso (Hangar Rojo) segna l’esordio nel cinema di finzione del documentarista Juan Pablo Sallato.
Tratto dalla cronaca autobiografica Disparen a la bandada di Fernando Villagrán, il film (scritto da Luis Emilio Guzmán) devia parzialmente dall'iconografia classica della resistenza civile per addentrarsi nei meandri più asfittici della macchina militare stessa, esplorando una pagina storica a lungo rimossa: l’opposizione interna al golpe da parte di quegli ufficiali dell'Aeronautica che rifiutarono di trasformarsi in carnefici dei propri concittadini.
“Volevo raccontare un uomo addestrato a obbedire, posto davanti al momento in cui un ordine diventa un crimine”, spiega Sallato, che nella reale vicenda di Silva innesta il nucleo tragico dell’opera: l'obbedienza militare cessa di essere un dovere istituzionale per farsi complicità criminale. Silva si ritrova intrappolato in un labirinto kafkiano, stretto tra la fedeltà a una divisa che ama e l'imperativo morale di salvare quante più vite possibili, comprese quelle dei suoi stessi sottoposti contrari al regime.


L'hangar rosso
In soli 82 minuti e attraverso le geometrie di un gelido e soffocante bianco e nero, Sallato non molla quasi mai l’inquietudine del suo protagonista, tra le pareti spoglie dell’accademia e la vastità spettrale degli hangar, claustrofobici nonostante le enormi dimensioni, luoghi che diventano cassa di risonanza del silenzio, interrotto solo dai rumori metallici delle porte che si chiudono e dai sussurri terrorizzati dei prigionieri.
Nel ricco panorama dei film dedicati al golpe cileno, il confronto più immediato per L'hangar rosso è senza dubbio quello con Post Mortem (2010) di Pablo Larraín: laddove Larraín metteva in scena la burocrazia grigia e l'apatia morale della morte attraverso lo sguardo obliquo di Mario, il dattilografo dell'obitorio che assiste quasi anestetizzato all'autopsia di Salvador Allende, Sallato sceglie una prospettiva speculare, ma interna al cuore pulsante del potere oppressivo. Se in Post Mortem il male è una presenza asettica che contamina il quotidiano fino a pietrificarlo, in L'hangar rosso il male è una dinamica attiva, una pressione verticale che impone una scelta istantanea e irreversibile.
L'obitorio di Larraín e l'hangar di Sallato sono le due facce della stessa medaglia, i non-luoghi in cui lo Stato di diritto viene smembrato, rispettivamente, nella carne e nell'etica: il protagonista di Post Mortem è il testimone passivo di una necroscopia storica, il capitano Silva di Sallato è un ingranaggio vivo che tenta disperatamente di inceppare il meccanismo dall'interno.
Forte della matrice autobiografica di Villagrán (che con Silva condivise il periodo di detenzione nella Cárcel Pública), Sallato infonde nel racconto una tensione da thriller politico che non viene mai meno. Ma non cede alle lusinghe della retorica e della spettacolarizzazione: la morte e la tortura non sono mai mostrate con compiacimento voyeuristico, esistono nell'effetto devastante che producono sugli occhi di chi deve ordinarle o subirle. Anche per questo, L’hangar rosso non è semplicemente un film “di ricostruzione storica”, ma un’opera che interroga il presente sulla natura della responsabilità individuale all'interno dei sistemi totalitari.
