PHOTO
Let Us Through, Dear Ancestors
Il formato “quadrato” in 4:3; il bianco e nero d’elezione; l’inquadratura in piano-sequenza divisa in due parti: in basso terra e uomini, in alto piante e cielo; recitazioni intensive, scenografie disadorne, scenari naturali; le luci laterali e taglienti; il colonialismo come cancro storico e il cinema come tribunale post quem per continuare una lacerante controstoria delle sue Filippine, una terra ricostruita “con la forza dalla Spagna imperiale e cattolica attraverso un'abbondante violenza sessuale (che oggi chiameremmo stupro), un'insaziabile fame (che oggi chiameremmo saccheggio) e la promessa di salvezza (che oggi chiameremmo cataclisma)”.
Con Let Us Through, Dear Ancestors Lav Diaz torna al Lido di Venezia – stavolta Fuori Concorso, sezione Fiction, ma esattamente dieci anni fa, fu Leone d’Oro per The Woman Who Left; otto anni prima miglior film in Orizzonti con Melancholia – e rimane fedele a sé stesso: regia geometrica; camera fissa per una bicromia quasi astratta ma sempre smagliante; tempi narrativi dilatati; durata esondante (ma questo film dura “solo” due ore e mezzo); attori semiprofessionisti elevati a martiri della Storia; empatia verso i derelitti, sfruttati dai mercificatori del sacro della Spagna cattolica, a cui Diaz tributa la propria rabbia: aguzzini, violentatori, iniziatori di un progresso che è solo rottura di quel laccio primordiale, di quell’abbraccio cosmico tra essere umano e Natura.
Dopo Magellan, infatti, adesso il regista punta il dito sull’encomienda: il sistema di lavori forzati imposto agli indios dagli europei nel corso del XVII secolo che costò, secondo le fonti, migliaia e migliaia di vittime.
Il responsabile qui è Padre Enciso, un frate spagnolo ed encomendero, che da dieci anni supervisiona con un architetto di sangue misto (inglese e tedesco) la costruzione di una chiesa nella foresta. Un mero strumento per rastrellare denaro e tenere sotto scacco l’umile comunità tribale. Egli possiede terre, violenta vedove, converte a forza, punisce peccatori, invoca la misericordia di Dio, incatena guaritrici, sparge figli come Dungwen, a cui affida il compito di trasportare via fiume il marmo necessario per edificare il luogo religioso.
Una spedizione che si rovescerà in strage, una cartina di tornasole resa con il solito afflato epico e la lucidità della camera distanziata a cui Diaz ricorre per risalire alle radici storiche dello sfruttamento e della povertà della sua terra.
Pur non perdendo mai il controllo estetizzante del suo cinema (i piani visivi, nella loro ripetitività, lambiscono un fascinoso figurativismo pittorico), l’angolatura di sguardo rimane chiara e salda, la frattura tra Bene e Male netta e profonda, la posizione morale ancora di più: la Chiesa missionaria del Settecento per Diaz non fu evangelizzazione, aggregazione, civilizzazione, ma mostruosa contraddizione, sinonimo di saccheggio, violenza patriarcale, sofferenze, infiniti lutti. Sia inflitti che innescati.
Simbolo di queste tensioni laceranti è il grottesco Padre Enciso (ottima la recitazione drammatizzante di Bart Guingona) tiranno maschilista e ordinatore di un villaggio che pure non smette di invocare il sacro e di affidare agli dei prima, a Dio ora e poi la fine delle sofferenze. Diaz, che si conferma autore assoluto delle sue opere (regista, sceneggiatore, scenografo, direttore della fotografia, editor), gli scolpisce intorno una struttura narrativa classica, che ci riporta per respiro e traiettoria tragica a certi romanzi storici ottocenteschi, da Conrad a Stevenson: un viaggio collettivo in terre esotiche per reperire materia prima che si trasforma in uno stillicidio, in un baratro di abiezione e insensatezza colposa, in cui tutti, progressivamente, perdono umanità, ragione e vita.
Eppure nessuna autorità può cancellare il desiderio del sacro: stuprata la bellezza con il contagio del Male, cancellate tutte le fedi e taumaturgie pagane, nell’interiorità dell’essere umano rimane comunque un anelito spiritista puro e primordiale, un desiderio di trascendenza arcaico, da gridare ancora, tra le foglie e la luce. Tra la vita e la morte. Tra la terra (degli antenati) e il cielo.



