In una sezione di Orizzonti ricca di debutti e sfumature queer, a Venezia 83 c’è spazio anche per i tumulti interiori di Big Little Things, scritto e diretto dalla regista cinese Michelle Zhou che espande in lungometraggio un suo precedente e omonimo corto. Al centro ci sono Wu (Ling Hu) e Xiao (Cuishan Lang), due ragazze in una non sempre liscia relazione omosessuale che vivono e lavorano a Pechino.

In occasione delle festività natalizie Wu vuole andare a far visita ai propri genitori, in una regione fuori dalla sfera cosmopolita, ai quali però non ha mai rivelato di essere gay. Così si porta dietro un conoscente (Bin Yu) per fargli interpretare la parte del suo compagno, nella speranza di scansare – chissà per quanto ancora, ma almeno per un po’ – il momento del coming out con una famiglia piuttosto tradizionalista.

L’impronta è biografica e si rifà alla sfera personale di Zhou e della sua compagna e co-produttrice del film Chun Yu, in calco a un’esperienza vissuta dalla due durante le feste di fine anno del 2022, quando Yu tornò a casa accompagnata da Zhou, presentata ai parenti solo come un’amica.

Sotto i fuochi del capodanno si snocciola così un dramma di non detti e di menzogne, di falsità mal celate e sofferte. L’approccio del film è però piuttosto stanco. Di certo non sorpassato nel tema – l’omosessualità in Cina è un tabù ancora non sfatato e anzi osteggiato – ma superato nelle metodologie adottate da questo racconto, che si abbandona a tutto il repertorio tipico dei ricongiungimenti familiari (“Ce l’hai il ragazzo? Ma quando ti sposi?” e via discorrendo), pagando il dazio tra cliché, sentimentalismi e la dolenza delle note di un pianoforte in accompagnamento musicale.

Zhou predilige il leggero tremolio della camera a mano, cornice di incertezza attraverso la quale caccia fuori un’emotività che parte sincera e scade nel ripetitivo (siamo sulle circa due ore di durata) di un muro contro muro tra una condizione dell’essere – l’omosessualità di Wu – e l’impossibilità sociale e culturale per una generazione – quella dei genitori di Wu – di non tanto comprendere, quanto condividere o fosse solo accettare fino in fondo questo lato dell’esistenza della figlia.

Il problema, il dramma, è insomma nell’adesione, nella forma mentis. E lì si aggrumano effettivamente le tensioni che percorrono questa famiglia, nucleo che fa da sineddoche a una società di cui Zhou coglie solo in minima parte le torsioni, come quelle sul senso di appartenere (che tormenta Xiao, sulle tracce di Wu), sul senso dell’avere qualcosa alla quale tornare.

C’è ad esempio un’altra incursione intrigante e vertiginosa quando il ragazzo che accompagna Wu entra un po’ troppo nella parte del fidanzato di convenienza. Un’anomalia nell’equazione che sembra poter modificare in maniera drastica gli equilibri del film, ma che ci si limita invece ad archiviare come una deviazione-tentazione sul percorso. L’intuizione è forte, nonostante espanderla di più avrebbe condotto Big Little Things ad essere tutta un’altra tipologia di storia e riflessione; forse una più interessante di questa (le relazioni di facciata sono una realtà molto diffusa nella comunità LGBTQ+ cinese), ma tant’è.

Non mancano buoni momenti. I migliori sono quelli che coinvolgono il padre di Wu, personaggio scritto molto bene sullo spaccato tra sottile ironia e sommessa malinconia, di cui l’interprete, Hai Yu, comprende la personalità bloccata nel confine dell’essere padre e dell’essere un certo tipo di uomo, risolvendo con uno sguardo più di quanto spesso non facciano le molte parole messe in bocca dalla sceneggiatura. Sul resto vale la forza della rappresentazione identitaria, meno la sua riuscita tout court.