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Pierfrancesco Favino in Dio ride - Foto Enrico De Luigi
Sarà per la ricchezza di vestigia antiche e di bellezze naturali che l’Italia vanta nel suo territorio, alcune delle quali fanno da sfondo alla vicenda; sarà per la grande esperienza nelle ricostruzioni storiche che il cinema italiano ha alle spalle sin dal suo nascere; sarà per la bravura di un cast tecnico d’eccellenza che ha curato l’ambiente con splendide scenografie e caratterizzato i personaggi con costumi e acconciature accurate; e, infine, sarà per la fotografia calda e realista che arricchisce un décor già di per sé affascinante…
È l'insieme di tutti questi elementi a far sì che Dio ride si riveli un gioiello di cinematografia ben congegnato e diretto. La ricostruzione è talmente credibile da apparire come una serie di tele oleograficamente perfette che ricordano la tradizione pittorica sacra del Seicento italiano. Ma a rendere straordinariamente credibile questo film è la bravura – ormai ripetutamente accertata – di due grandi attori, la cui performance interpretativa conferma il livello professionale raggiunto.
Pierfrancesco Favino e Silvio Orlando, così come il resto del cast artistico, restituiscono un realismo perfetto alla narrazione, che scorre piacevolmente per tutto lo sviluppo di questo dramma della fede e dell’esistenza.
Giovanni Veronesi, torna al cinema storico per raccontare la vicenda di un umile frate cappuccino, fra Leopordo di Casamacchia, il quale inventa per sé un luogo di origine che non esiste per darsi delle radici che non ha (figlio di circensi senza fissa dimora), ma che definisce la sua indole umile e giocosa. Veronesi aveva già affrontato l’argomento religioso con il delicato Per amore solo per amore, secondo lungometraggio della sua consistente filmografia, narrando il dubbio di Giuseppe, padre putativo di Gesù, sulla gravidanza della sua promessa sposa Maria e la decisione del carpentiere di Nazareth di affidarsi alla volontà di Dio, incomprensibile alla logica sociale dell’epoca e a quella umana poiché si presentava come un intervento miracoloso da parte dell’Onnipotente. L’incomprensione umana torna come tematica ancora in questo suo ultimo lavoro che chiude in bellezza l’eccezionale - per qualità – 83^ edizione della Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia.
Il personaggio di Fra Leopoldo non è mai esistito. È frutto della ricostruzione creativa di un’epoca che gli autori della sceneggiatura hanno delineato con dovizia di particolari, descrivendo un’epoca reale e dolorosa come quella del Seicento in cui la Chiesa romana adoperava lo strumento dell’inquisizione con “generosa” disinvoltura, “onestamente” convinta di proteggere la fede dagli attacchi delle eresie provenienti da più parti dell’intera Europa. Un “peccato” per il quale Giovanni Paolo II ha chiesto perdono a Dio e alla società durante le celebrazioni del Giubileo del Duemila, manifestando un sincero riconoscimento di una colpa odiosa e contrastante lo spirito dell’annuncio evangelico. Leopoldo (Pierfrancesco Favino) è una figura che rappresenta tutti quei religiosi che nel bene e nel male hanno subito il giudizio di non canonicità e di eresia per la loro predicazione, meritando il patibolo come miscredenti e blasfemi. Gli altri personaggi, in particolare gli ecclesiastici come Papa Innocenzo X (Carlo Cecchi), e il Cardinale Vincenzo Maculani (Silvio Orlando), sono realmente esistiti e hanno svolto – quest’ultimo specialmente come responsabile del Sant’Uffizio – un ruolo importante nella istruzione e conduzione dei processi inquisitori tra i quali quello a Galileo Galilei.


Silvio Orlando in Dio ride - Foto Enrico De Luigi
Fra Leopoldo di Casamacchia può essere certamente considerato un rappresentante verosimile dello spirito più profondo e originale che la Chiesa ha ricevuto dal Vangelo di Cristo, il quale è intrinsecamente buona novella e annuncio di gioia. Uno spirito e un'originalità che, nella loro inerenza naturale, andavano spegnendosi, rischiando di perdersi a causa di una difesa ad oltranza da tutte quelle minacce esterne considerate come attacchi del male alla Chiesa. Questa protezione mirava più all’istituzione che al carisma, più alla struttura gerarchico-organizzativa che al contenuto e ai destinatari della ricchezza di questo patrimonio spirituale. Si trattava, in definitiva, di una tutela che non intravedeva l’esigenza di rinnovamento e il bisogno di recuperare la radicalità più profonda dello spirito delle prime comunità cristiane.
Francesco d’Assisi è sicuramente la figura più significativa di questo anelito di rigenerazione e riparazione evangeliche. Perciò, l’idea di un Dio che ride con l’umanità strideva con il rigore di una canonicità chiusa in una turris eburnea, protetta da strategie di comunicazione che ricorrevano a un autoritarismo distante e all’ignoranza del popolo dei fedeli. In fondo, si trattava di un controllo della fede popolare che si serviva anche di un esercizio del potere rigoroso, caratterizzato dalla paura e da una narrazione austera e oscura, mirante al senso di colpa e all’espiazione.
Il film non esita a criticare, e a ragione, un atteggiamento così riduttivo, e per certi versi implacabile, nella difesa di un'evangelizzazione che ha scritto pagine buie nella storia della Chiesa cattolica romana, la cui vera missione è invece l’annuncio del Vangelo della gioia. L’Evangelii gaudium, la prima esortazione apostolica di papa Francesco - richiamato a conclusione della pellicola con una sua espressione diventata ormai celebre «Si può ridere anche di Dio, basta continuare ad amarlo» -, ricorda che l’annuncio cristiano è gioia e genera gioia, e perciò non può stridere con l’idea di un Dio capace di sorridere. Fra Leopoldo non ride di Dio e della sua Parola, ma ride con Dio. Il suo stile rivela un Creatore vicino all'uomo: una rivelazione che dona la consapevolezza di una fede capace di generare fiducia nella vita, anche quando questa è segnata dalla miseria e dalla sofferenza, offrendosi come farmaco di speranza e sollievo interiore.
Ben vengano allora film come quello di Veronesi, che si presenta non come una critica sterile o una condanna senza via d'uscita, ma come una sollecitazione verso quelle qualità – umana e cristiana – che costituiscono la natura profonda e originale dei testimoni credibili della fede.



