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Just an Illusion - Photo Manuel Moutier (c) 2026 ADNP - TEN CINEMA - GAUMONT - TF1 FILMS PRODUCTION - QUAD+TEN
“Searching for a destiny that's mine
There's another place another time
Touching many hearts along the way yeah
Hoping that I'll never have to say
It's Just an illusion, illusion, illusion”…
Si parte – come da titolo – con l’omonimo iconico brano degli Imagination. Siamo nel 1985 e il 13enne Vincent Dayan (Simon Boublin, notevole) è colto in quel momento della vita in cui non si è più bambini ma non si è ancora diventati adulti. Vorrebbe una stanza solo sua, visto che il fratello maggiore Arnaud (Alexis Rosenstiehl) mal ne sopporta la presenza e i gusti musicali, lui patito di rock e new wave, l’altro più catturato dalla moda del funk. Ma non è un buon momento per sperare in nuovi investimenti: il padre Yves (Louis Garrel) cerca di tenere nascosto il fatto di aver perso il lavoro, la madre Sandrine (Camille Cottin) si è stancata di lavorare come segretaria e cerca nuove fortune nel mondo (nascente) dell’informatica.
Dopo il clamoroso, irripetibile successo di Quasi amici, e dopo una manciata di altri film sempre abbastanza riusciti, Éric Toledano e Olivier Nakache pescano suggestioni dalle reciproche autobiografie (non a caso il film è dedicato alla memoria di entrambi i loro padri) e firmano questa bellissima commedia di formazione senza cedere alla nostalgia d’accatto: Just an Illusion – La mia famiglia quasi perfetta (prima o poi bisognerà seriamente ragionare sulla necessità italiana di appioppare certi sottotitoli…) schiva con classe la trappola del retro-modellismo citazionista. Perché il rischio principale, quando si maneggia un decennio sviscerato e iper-codificato come gli anni Ottanta, è quello di scivolare nell’effetto catalogo: spolverare walkman, giacche con le spalline e videogiochi arcade come se fossero reperti da museo o facili esche per il consueto riflusso di nostalgia algoritmica.
C’è tutto questo, naturalmente, dalle compilation su cassetta che diventano fonte di guadagno per Arnaud ai pomeriggi trascorsi nella casa del vicino con l’Atari, come pure non manca la mitologia della videoteca dove cercare di uscirsene con il film proibito per adulti, magari nascondendolo vicino ad una copia di Il sorpasso e di Un uomo, una donna di Lelouch (“Chabadabada Chabadabada…” ) ma Toledano e Nakache riescono a non feticizzare l’epoca, riabitandola piuttosto dall’interno, catturandone la vera grana emotiva, le latenti tensioni sociali (ci sarà il grande concerto parigino del 15 giugno organizzato da SOS Racisme in Place de la Concorde con, tra i tanti, i Téléphone a cantare Un autre monde) e, soprattutto, quel costante senso di sospensione tra l’euforia consumistica e l'incombere di nuove, striscianti precarietà.


I registi Toledano e Nakache - Photo Manuel Moutier (c) 2026 ADNP - TEN CINEMA - GAUMONT - TF1 FILMS PRODUCTION - QUAD+TEN
Naturalmente si mettono all’altezza dello sguardo di Vincent, un ragazzino che si avvicina al Bar Mitzvah (la mamma è ebrea algerina – non manca l’accenno all’esodo forzato del 1962 –, il papà marocchino) e ai primi turbamenti sentimentali: il racconto sembra quasi fermare il tempo per spalancarsi su una dimensione di osservazione sospesa e disincantata.
E l’aderenza atmosferica trova risalto grazie ad una colonna sonora che non è semplice sfondo ornamentale né una compilation buttata lì a far da consolatorio jukebox, bensì un vero e proprio dispositivo drammaturgico e psicologico, quasi ulteriore personaggio diegetico ed extradiegetico: Holding Back the Years dei Simply Red sottolinea il momento in cui il protagonista entra nella stanza della compagna di scuola segretamente amata, mentre più avanti la cover di Kelsey Lu di I’m Not in Love dei 10cc ammutolisce una delle tante discussioni familiari quando la sagoma di Anne-Karine (Jeanne Lamartine) compare oniricamente di fronte a Vincent, o la Genevieve (secondo nome della ragazzina) di Andrew Gold che servirà finalmente per dichiararsi.
Per certi aspetti, la ricostruzione di quell’epoca in Just an Illusion ricorda la prima parte del bellissimo L’amore che non muore (L’amour ouf), spogliato ovviamente di tutto il coté gangsteristico che caratterizzava il film di Gilles Lellouche: qui il tono è sempre quello della commedia brillante, insidiata dal chiaroscuro dei drammi quotidiani, senza mai perdere il contatto con la verità dei sentimenti.
Anche in questo, la mano di Toledano e Nakache – ancora una volta felicissima nella direzione dell’intero ensemble, con Garrel (attore per il quale è difficile continuare a trovare aggettivi) e Cottin al limite della perfezione – sa dosare con impareggiabile maestria le varie sfumature di colore all’interno di un racconto di formazione corale che sa restituire, tra una risata, punte di dramma (la situazione di Yves, che finge ancora di andare a lavorare per non turbare i figli ricorda vagamente la vicenda di A tempo pieno di Cantet, ispirato alla storia di Jean-Claude Romand che portò anche al romanzo di Carrère e all’omonimo film di Nicole Garcia, L’avversario) e una nota di sintetizzatore (e anche qualche bella sfuriata ma, si sa, le famiglie unite e soprattutto sane sanno voltare pagina in men che non si dica), la bellezza imperfetta e indelebile dell’imparare a diventare grandi.
In Grand Public alla Festa di Roma, dal 14 gennaio 2027 nelle sale con 01 distribution.



