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Le rose di Marrakech
Dei brutti film si dice che abbiano una bella fotografia: fa eccezione Le rose di Marrakesh, terzo lungometraggio di Ginevra Elkann. Ha però una bella location, la villa di famiglia, Agnelli, ad Ain Kassimou, vicino Marrakech. Diciamo, con garbo, che il domicilio fisico eccede la residenza immaginifica. Presentato nella sezione Grand Public della 21esima Festa del Cinema di Roma, arriverà in sala con Lucky Red.
Elkann, che scrive con Chiara Barzini e Babak Jalali, premette nelle note di regia che “è una storia piccola, e lo dico come un elogio”, il problema è che è piccino picciò il racconto. Siamo all’oleografia, malgrado una signora di gusto e sostanza quale Fanny Ardant baluginano gli occhi del cuore, sfavilla la pastorizzazione, il compìto compitino, il cinema - senza voler scomodare Alain e Gianni - de papa e de nonno.
Se l’esordio Magari era balbuziente ma non fatuo, Te l’avevo detto, scrivemmo, un film d’autore in assenza d’autore, qui Elkann fa peggio, giacché abdica palesemente a qualsiasi ambizione stilistica, a qualsivoglia ardire poetico, servendo un decotto di soap, bovarismo e complementi d’arredo.
Sostiene la cineasta, “l'ho fatto vicino all'osso (abbiamo dei dubbi sia un anglismo, ovvero una traduzione scelleratamente letterale, NdR), perché è l'unico posto in cui so trovare qualcosa di vero, e quindi di universale”, ma il legittimo sospetto è che sia un gambuccio insipido – so’ 90 minuti, che faccio signo’, lascio?
Il passo a due è della signora Isabelle (Ardant) e della governante Leila (Nisrin Erradi), che da mondi lontani convergono nel locus amoenus, nell’hortus conclusus, nel buen retiro, nel giardino fiorito al riparo dalle bruttezze del mondo. Lei padrona in elegante disarmo, lei domestica con nascosto disdoro, sperimentano “il mestiere quotidiano di sopravvivere al proprio dolore”, che un po’ diventa pure il nostro. Quando arriva la sorella a palesare la vergogna sociale di Leila, le rose trovano le spine, e “la tranquillità di questo microcosmo inizia a incrinarsi”.
Solidarietà femminile, intersezione femminista, e/o viceversa, supporto interclasse, sono due destini che si uniscono in un istante solo, se vi garbano i Tiromancino, oppure la copia di mille riassunti, se preferite Bersani.
Le simmetrie sono eventuali, la Elkann anche: un filo album di famiglia, un po’ cosmopolitismo middlebrow, un tot benevolente esotismo, ci ammannisce un feuilleton multi-vano, una telenovela con vista che si barcamena tra vorrei ma non posso, borghesia e pezzetta. Vogliamo anche le rose? No, ma non disperiamo.
Elkann è al lavoro su Maestà, il biopic di Maria José di Savoia, ultima regina d’Italia, scritto da Marco Bellocchio: buona la quarta?



