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Noi un po’ peglio. (L to R) Elio Germano as Simone, Maria Chiara Giannetta as Lucia in Noi un po’ peglio. Cr. Antonio Faccilongo/Netflix © 2026
Simone e Lucia si piacciono subito. Lei è incastrata dentro l’auto cappottata, lui è il vigile del fuoco che la trae in salvo. La mattina dopo, Simone si va a sincerare delle sue condizioni. Finiscono a letto insieme, “dieci minuti e vado”. Si risvegliano, sempre insieme, quattro anni dopo.
Lui è un uomo strutturato, con un forte senso della famiglia, lei è indipendente, in fuga da qualunque convenzione, contraria alla maternità, al matrimonio e via discorrendo.
Ma il loro è un rapporto forte, che il mondo esterno finora non è riuscito a sabotare in alcun modo: quando Simone butta lì l’idea di provare a intraprendere la via dell’adozione la loro relazione entrerà in una fase differente. Perché quel percorso li metterà di fronte alle loro divergenze più profonde.
Dopo la miniserie Rai Prima di noi e prima del nuovo progetto attualmente in lavorazione (Dove mi hai portata, dal romanzo di Maria Grazia Calandrone), Daniele Luchetti porta in Grand Public alla Festa di Roma (dal 29 ottobre direttamente su Netflix), Noi, un po’ meglio, riuscita commedia sentimentale interpretata da Elio Germano e Maria Chiara Giannetta.
I due attori (Germano diretto per la quinta volta dal regista romano) aderiscono ai rispettivi ruoli a 360°, restituendo la verità di una coppia imperfetta ma profondamente umana.
Germano modella il suo personaggio con quella naturalezza e intensità che lo contraddistinguono da sempre, mentre la Giannetta regala a Lucia una freschezza e una determinazione contagiosa, rendendola una figura sfaccettata e lontana da qualsiasi stereotipo.


Anche grazie a loro, protagonisti assoluti calati in un contesto popolato da personaggi altrettanto credibili (dalle psicologhe Caterina Guzzanti e Anna Bonaiuto alla coppia benestante formata da Filippo Nigro e Ilaria Spada, per non parlare del numeroso nucleo familiare che ancora incide sulla quotidianità di Simone), Luchetti riesce a ritrovare lo smalto delle sue opere migliori (Enrico Audenino, Davide Lantieri e Serena Patrignanelli firmano lo script insieme al regista), senza scadere nei cliché delle abituali rom-com italiane, dosando in maniera intelligente tanto la leggerezza della risata quanto la densità del dramma intimo.
Ne viene fuori un ritratto autentico delle dinamiche sentimentali contemporanee, con il difficoltoso e iper-burocratico percorso verso l'adozione che non è solamente espediente narrativo, ma vero e proprio catalizzatore emotivo del film: la procedura e le riflessioni che essa comporta costringono Simone e Lucia a fare i conti con le proprie zone d’ombra, le paure ancestrali e le aspettative sul futuro. E quel desiderio, che inizialmente non era così condiviso (ma ulteriore argomento di trattativa nella coppia) si trasforma inevitabilmente in terreno di scontro, dove le differenze caratteriali – inizialmente vissute come stimolante complementarità – rischiano di tradursi in fratture difficili da colmare.
Anche in questo, però, la mano di Luchetti non è mai troppo pesante. E la coerenza del film, mai ricattatorio, sta proprio nella possibilità di avviarsi verso finali opposti ma altrettanto verosimili.
L’epilogo potrebbe apparire “consolatorio”, ma se è vero che in amore non conta l’assenza di conflitti, piuttosto il coraggio di sapersi mettere in gioco, accettando di evolversi senza rinunciare alla propria identità, è altrettanto vero che nell’imperfezione di Simone e Lucia a vincere sempre sarà quella capacità di emozionarsi, ed emozionare, come nella scena conclusiva.



