Kazuo Ishiguro non l’abbiamo mai letto, e di certo non inizieremo ora. Taika Waititi l’abbiamo visto, e temiamo, ma solo per obbligo professionale, seguiteremo. Sicché Klara e il Sole, diretto dal secondo a partire dal bestseller del primo, in anteprima alla ventunesima edizione della Festa del Cinema di Roma nella sezione Grand Public.

Dal 22 ottobre nelle nostre sale, l’adattamento dal romanzo del premio Nobel è prima di ogni altra cosa derivativo, non sappiamo in che misura tra monte e valle: da Pinocchio, e va be’ gli archetipi quelli sono, a Gattaca, da Io, Robot a Blade Runner, da Twilight a Ex Machina, dal preminente Alice nel paese delle meraviglie a pensate a un film e lo ritroverete.

Targato Sony Pictures, interpretato da Jenna Ortega, ossia Mercoledì (anche questo ricalcato), e una florida Amy Adams, racconta la storia di Klara (Ortega), droide obsoleto in guisa di Amica Artificiale che cerca casa: il desiderio viene soddisfatto dalla “coetanea” Josie (Mia Tharia), malgrado l’opposizione della madre (Adams). Quest’ultima ha perso la figlia più grande senza troppo elaborare, e il lutto variamente, e vanamente, declinato occupa tanta parte dello schermo: per fortuna, “lo stupore innocente e l'incrollabile lealtà di Klara inizieranno a sanare le ferite della famiglia, riportando la luce nel complicato mondo di Josie”. Yawn.

Klara e la sòla, permetteteci, spiega bene i danni che la Gen Z miete al cinema, quale pubblico di riferimento: il film d’elezione, e questo non sfugge, centrifuga, pardon, estrae disagio multilivello, passività aggressiva, sfighe assortite, redenzione meccanica, piagne e incolla, ischemie emotive, sorellanza intersezionale, luminosa oscurità, streaming, anche laddove sala, of consciousness.

Saremo grevi, ma è umanamente ineludibile: che palle.

Il sole che sostenta la sacrificante Klara ci richiede una speciale protezione, perché non scalda, istiga l’eclissi del nostro pensiero: non c’è spazio per l’interpretazione, solo per l’immedesimazione coatta – e no, non ce la meritiamo. Sebbene le analogie non diano nell’occhio, Look Back di Kore-eda, in Concorso all’ultima Venezia, è il film che Klara e il sole avrebbe voluto e dovuto essere: lì sì che c’è sentimento, afflato sororale, trasfigurazione sentimentale.

Qui no, si fa scempio di robot, strame di copie antropicamente conformi, vilipendio di umanesimo, però col sorriso, coll’eterno diorama di Jojo Rabbit, ché no Taika, io non ci casco.

Sarà un, – letterale – previsto successo, lastricato com’è di buone intenzioni, di remissività generaZionale, di puccipucci salvifici e piantini lustrali. Rileggiamo Pinocchio, va’.