Metà anni ‘80. In una fattoria nel cuore della regione della Beauce, in Francia, l’undicenne Christophe vuole seguire le orme del padre. Non vede l’ora di guidare per la prima volta il trattore, ma quando arriva l’occasione una perdita d’equilibrio fa finire in malora sia l’esperienza che il trattore. Soffre di un’importante scoliosi, il ragazzo, e per “raddrizzare” la questione è costretto da quel momento ad indossare un invasivo corsetto. Non sarà facile abituarsi a quella ferraglia, né affrontare le prese in giro dei compagni di scuola, che lo chiamano Robocop. E mentre la fattoria attraversa momenti difficili, Christophe trova due inaspettate vie di fuga, nella musica – iniziando come voltapagine dell’organista della chiesa – e nella nuova amica Clara, compagna di nuoto.

Dopo alcuni corti e vari clip video, oltre ad un paio di Asterix diretti in coabitazione, Louis Clichy fa il suo esordio in solitaria con Le corset (Iron Boy il titolo internazionale), lungo d’animazione ospitato in Un Certain Regard a Cannes (già acquistato per l’Italia da Movies Inspired): acquerelli in movimento per tratteggiare con poetica semplicità il coming of age di un ragazzino “dritto come una freccia nella piattezza dei campi, il cui sguardo sposta l'orizzonte quando inclina la testa”.

In soli 90 minuti (un sogno) Clichy riesce a portarci nell'universo di questo preadolescente, seguendone la delicatissima fase di affaccio sul mondo, tratteggiando con naturalezza quasi commovente tanto le delicate dinamiche familiari (il rapporto con il padre, in primis) quanto le difficoltà nell’affrontare i cambiamenti che la vita inizia a richiedere. 

Vagamente autobiografico (il regista proviene da una famiglia di agricoltori) e naturalmente metaforico (il corsetto come “accessorio” scomodo per parlare in fondo del non semplice periodo adolescenziale), il film ci invita ad osservare le cose da prospettive inclinate (e Christophe sembra quasi incominciare a padroneggiare un nuovo, immaginifico superpotere, quello di piegare il mondo circostante alla bisogna...) e sa mantenere costante l’equilibrio tra realismo e magia, tra particolare e universale: merito di una scrittura fresca (firmata da Clichy con Franck Salomé) ma soprattutto di una tecnica a mano (che ricorda quella dell’animazione a inchiostro cinese) che in tempi di omologazione sintetica e CGI è ben più di una semplice, buona notizia.