Esistono progetti che non nascono da un’idea, ma da un’ossessione che richiede pazienza, cura, e una certa dose di ostinazione per vedere la luce. Per Andy Garcia Diamond è esattamente questo. È il punto d'arrivo di una ricerca durata quindici anni, è un film che lo porta al Festival di Cannes in una veste totalizzante: regista, protagonista, sceneggiatore e persino autore della colonna sonora, per rivendicare l'orgoglio di un cinema che non ha paura di definirsi “artigianale”. Le riprese si sono svolte in 25 giorni, in 52 location diverse. Diamond non è soltanto un noir dagli sviluppi sorprendenti, ma un’immersione profonda nell’anima di una Los Angeles che appare sospesa, trasfigurata, dove l’orologio sembra essersi fermato per lasciare spazio ai fantasmi della memoria.

Si tratta di una lettera d’amore alla Città degli Angeli. Garcia mescola il sapore ruvido dei polizieschi di una volta a un contemporaneo di cui è difficile cogliere l’anima. Al centro della vicenda c'è Joe Diamond, un detective privato che abita un’altra epoca (sguardo a Bogart, a Philip Marlowe). È un uomo fuori dal tempo, una leggenda urbana, un risolutore di enigmi che possiede la capacità di vedere ciò che agli altri sfugge. Non siamo però negli anni Quaranta, ma nel presente. Diamond non ha un telefono, non conosce i social, si veste come Bogart, guida un’automobile da museo. E si muove in un confine pericoloso, dove i sogni smettono di essere una via di fuga dalla realtà per diventare l'unica soluzione possibile.

Le strade della metropoli si trasformano in un labirinto interiore, la risoluzione delle indagini corre parallela alla ricerca della verità perduta. Garcia mette a segno l’esperienza acquisita dagli Intoccabili e Black Rain. C'è in lui l'eleganza ferita di chi ha sopportato troppo, ma anche quella nobiltà malinconica che apparteneva al suo Vincent Mancini nel terzo capitolo del Padrino.

Per girare Diamond, Garcia ha riunito attorno a sé un cast di alto profilo, con la presenza di Dustin Hoffman e Bill Murray, affiancati dalla sensibilità di Vicky Krieps e dalla forza scenica di Brendan Fraser. Ogni personaggio si specchia nel tormento di Joe Diamond. Il risultato è un flusso di coscienza che offre una riflessione sulla sofferenza.

Per Garcia questo film rappresenta un punto di sintesi ideale: c’è l’umorismo secco dei detective di Raymond Chandler, c’è la passione per la musica che lo ha sempre contraddistinto, e c’è soprattutto la capacità di raccontare uomini segnati da ferite profonde, alla disperata ricerca di una rinascita. Ma quello che li circonda non è più il loro mondo.

Garcia ci consegna il ritratto di un investigatore che, tentando di risolvere i misteri altrui, finisce per dover affrontare il suo segreto più grande. Diamond è un viaggio oscuro di grande intensità, in cui il privato si trasforma in parabola universale. In una megalopoli gremita dove ognuno affronta la solitudine, nessuno dorme mai, e i sogni incarnano l’incubo peggiore.