PHOTO
Imperium
Dal 1970 al 1973 una serie di registi italiani fu inviata in Russia per realizzare doc etnografici sulla vita sotto il regime comunista. Partendo da Mosca, mapparono progressivamente tutte le Repubbliche dello stato sovietico governato da Brežnev.
Più di cinquant’anni dopo, il dissidente ucraino Sergei Loznitsa ha tolto la polvere e riunito questi filmati che per decenni erano rimasti nell’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico di Roma, in quello di Archivio Luce Cinecittà e CSC – Cineteca Nazionale. Non furono mai proiettati perché “troppo propagandistici”. Il risultato, più di mezzo secolo dopo, è un doc maestoso (la durata sfiora le tre ore) ed enciclopedico sul più “grande progetto mai realizzato nell’URSS da cineasti stranieri”.
Dopo il mirifico I due procuratori (in concorso a Cannes 2025), il meteco del cinema d’autore europeo torna al primo amore, il doc storico (Today we are going to build an house compie trent’anni), per continuare a comporre la sua controstoria, film dopo film, del Novecento sovietico.
Dopo Protsess, The Event, Babi Yar. Context (il racconto del massacro di trentaquattromila ebrei nei primi anni Quaranta in Ucraina) e State Funeral (dedicato alle esequie pubbliche di Stalin), Loznitsa posa ora lo sguardo sul regime all’alba dei Settanta, in una fase cruciale di ridefinizione della sua identità, tra nostalgie leniniste e apertura alla società del capitale.
Imperium, Fuori Concorso alla Mostra di Venezia 2026, è fuori centro anche rispetto alla propaganda russa: non si focalizza su un evento saliente, non ne celebra retrospettivamente la grandezza, ma cerca la collezione del frammento con uno scavo nel passato che testimonia in pienezza ethos, riti e modus vivendi di una civiltà pronta a scomparire.
Si parte, infatti, dalla Piazza Rossa di Mosca bardata a festa per uno dei tanti eventi propagandistici. Le cineprese poi si incuneano tra empori, strade e palazzi brulicanti di persone a caccia di regali di Capodanno. Da qui lo sguardo migra sempre più a est: dall’Ucraina alla Moldavia, dalla Georgia all’Armenia. E poi Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan.
L’occhio di Loznitsa dimentica il potere e i padroni, segue il ceto impiegatizio, parteggia per quello proletario. Si alternano i protagonisti della civiltà operaia (i metalmeccanici e i siderurgici) e di quella contadina. Tra popolazioni, folle festanti, sagre e transumanze, i primi piani sono sempre dedicati a lavoratori, operai, commercianti, insegnanti, agricoltori e allevatori.
Se l’intento smitizzante è chiaro, il ceto proletario russo, però, restituisce di sé un’immagine tutto sommato serena, pacifica, rassicurante. Etnie tra loro lontanissime per geografia e valori, sono unificate, però, dai segni di una propaganda (piazze, statue, busti, bandiere, slogan) che, man mano che le cineprese si sospingono più a est, si fa sempre più flebile, incostante, sfilacciata. Perfino folkloristica.
A una Mosca di commerci, consumi, macchine e aeroplani, corrispondono, nelle steppe, sentieri, allevamenti, vacche, pecore, feste popolari, danze, scuole, costumi e abiti tipici, funzioni religiose e devozioni diverse.
Se la propaganda allenta il freno e le bandiere rosse rimpiccioliscono e si diradano, il particolarismo emerge, s’afferma una civiltà ancora agricola e rurale: riti semplici, credenze ferree, lavori sfiancanti, devozione e folklore. Quella tecnologica è infatti ancora di là da venire, ma s’intravedono i primi segni dell’assalto: memorabile il primo piano su un pastore che ascolta, tra le valli, arie d’opera dalla radio.
Loznitsa, così, cerca la vastità perduta, rincorre la totalità, trova e rimpiange un’apparente armonia delle differenze, intarsiando un’indiretta e universale elegia della vita contadina. Ne celebra la discrezione, l’attitudine alla fatica in climi inclementi, la semplicità relazionale e l’attaccamento ai riti, il senso comunitario e quello del sacro.
Eppure in questo poderoso almanacco visivo dell’Est del secolo scorso, esaustivo, sincretico, mastodontico, multietnico, composito, alla lunga si impone il non visto: rimangono celati i soprusi, le repressioni, il controllo psicologico, le esecuzioni sommarie, le deportazioni di massa, le menzogne che resero l’URSS quello che fu. E che quasi un ventennio dopo la destalinizzazione, però, cominciavano a venire a galla.
Oggi, come cinquant’anni fa, in tempi di macelleria sociale dei giovani russi mandati a sterminare i fratelli ucraini, la propaganda fa il suo, magnifica una Russia che si specchia nella sua grandezza, si propone come casa della tolleranza, palestra del socialismo reale, ma la postura di Loznitsa e degli italiani prima di lui ne deve rimuovere per forza le atrocità. I filmati rimandando ossessivamente all’invisibile, al fuori campo (nessun cenno alla Guerra Fredda in tre ore di doc), a quella sequela di stragi, guerre, morte, miseria e distruzione che unisce i comunisti di allora ai putiniani di oggi.
Nella sua voracità sinottica, Imperium rende visibile tutto e in modo folgorante, ma la Russia più autentica era ed è anche quella che non si vede.



