Chi fermerà la musica, si chiedevano ingenuamente i Pooh negli anni Ottanta. Purtroppo, da anni abbiamo la risposta: i talebani, che la considerano haram (proibita) in ogni sua forma. Da quando, nel 2021, sono tornati al potere, i musicisti afghani sono stati nuovamente posti davanti a una scelta obbligatoria: rinunciare alla propria ragione di vita o fuggire altrove, portando con sé gli strumenti, confidando che la musica sia davvero quella lingua universale auspicata da Schopenhauer, “la cui universalità sta all’universalità dei concetti più o meno come i concetti stanno alle singole cose”.

Ma, nella maggior parte dei casi, le loro illusioni si sono infrante lungo la rotta balcanica, attraverso cui migliaia di migranti continuano a cercare di raggiungere l’Europa, scontrandosi non solo con tutte le naturali difficoltà connesse a un viaggio pericoloso, ma con la brutalità delle polizie di frontiera, le bande di sciacalli e la violenza di chi lucra sulla pelle dei più poveri.

Il limbo esistenziale e fisico del viaggio (all’apparenza infinito perché bloccato dall’altrui volontà) è il cuore dell’esordio di Nicola Sorcinelli che, dopo i corti Moby Dick, Ape Regina e La confessione, debutta nel lungometraggio con Balcanica, unico film italiano in concorso alla 23° edizione delle Giornate degli Autori. Insieme al co-sceneggiatore Andrea Brusa, il regista sceglie di abbracciare la prospettiva di due giovani “stranieri in terra straniera”, entrambi ostinatamente impegnati (per motivazioni e scopi diversi) in una lunga marcia che, per quanto ammantata di una flebile speranza, ha l’amaro sapore di una sconfitta fisica e morale.

Da una parte c’è il suonatore di tuba Jalil (Ivar Wafaei) che, insieme al padre Nazar (direttore d’orchestra, letteralmente abituato a comandare a bacchetta e interpretato da Babak Karimi), ha abbandonato Kabul per raggiungere l’Italia, paese che (in teoria) dovrebbe amare e accogliere i musicisti. Dall’altra Greta (Matilda De Angelis), dottoressa impegnata nella sua prima missione di soccorso in solitaria, simbolo di quell’Europa che non ha ancora distolto gli occhi dalla tragedia che si consuma oltre i suoi confini.

Si dice sempre che ogni ferito curato, ogni persona rifocillata, ogni vita salvata conta. Verissimo, ma lo è altrettanto il fatto che più ci si dedica a un intervento umanitario su larga scala, più si ha la sensazione di svuotare il mare con un cucchiaino. Per non affogare a propria volta, si inghiottono le lacrime e si va avanti a testa bassa, su ambo i fronti, lasciandosi riscaldare dai quei piccoli istanti di comunione umana, che possono donare una flebile luce alla notte più buia. Come l’incontro, casuale, fra Greta e Jalil, anime erranti in una landa desolata dall’aura metafisica, ma dalla crudezza terrena.

Con le sue panoramiche di ombre e nebbia, frastagliate di volti, corpi, alberi e piccoli fuochi, Balcanica impedisce di voltare le spalle al dramma di “color che son sospesi” fra una patria che li rifiuta e un nuovo paese che li respinge, vittime di chiunque voglia approfittarsi di loro in qualsiasi modo. “Spero che gli spiriti dei morti tormentino questi bastardi nei loro incubi” dice un compagno di sventura a Jamil, il quale risponde con una frase che racchiude tutta l’indifferenza dell’Occidente: “Non hanno incubi”.