Se non fosse stato presentato sul palco assieme al cast, ai produttori e alla regista, si sarebbe potuto intuire alla prima inquadratura che Wim Wenders c’entrava qualcosa in I’ll Be Gone in June, l’opera prima della tedesca Katharina Rivilis presentata al Certain regard di Cannes 2026.

Il film parte infatti con una ragazza appena scesa dall’aereo, in un contesto desertico, con una chitarra elettrica in sottofondo che potrebbe essere di Neil Young, che si avvicina alla macchina da presa: subito vengono in mente Paris, Texas o altri film in cui il culto della strada (indovinate come si chiama la casa di produzione del regista? Road Movies) e degli USA del tedesco appariva lampante.

Questa ragazza è Franny (la brava debuttante Naomi Cosma), che dalla Germania arriva al confine tra Stati Uniti e Messico come studentessa in scambio culturale. Qui vivrà la sua educazione sentimentale e politica, visto che scoprirà gli USA al loro peggio, durante gli attacchi dell’11 settembre 2001. Rivilis ha scritto in solitaria questa commedia adolescenziale, venata di amarezza che racconta la gioventù del cuore degli States con sguardo duplice.

Da un lato, sembra volerne fare una parodia iperrealista figlia della sua cultura europea (legge Kleist e Salinger), concentrandosi con ironia sui valori conservatori del deserto del New Mexico, il fondamentalismo religioso, il perbenismo, le armi; dall’altro però, mostra una fascinazione crescente per i luoghi di quel posto quasi surreale, per la vita randagia dei suoi personaggi, per la possibilità che quel cielo, quelle tempeste di sale e sabbia, quel fiume che segna un confine naturale diventa sogno o tragedia in un istante.

Rivilis lavora in bilico tra ironia e romanticismo, cerca di sviare dagli stereotipi dei film giovanili ma non ha paura di restare impigliata nell’immaginario condiviso dell’America di confine; soprattutto, I’ll Be Gone in June è un film libero dal punto di vista narrativo e stilistico, libero nella misura in cui prende coscienza dei suoi propri limiti, della sua ricercata e ammirata ingenuità e li esplora, tra parentesi sospese, attimi estetizzanti, squarci impressionisti. Giocando così con la propria semplicità, questo debutto raggiunge il suo scopo: mettere le carte in tavola di un talento da affinare nei prossimi. Chissà se padrino Wenders la seguirà ancora.