Chapeau a Cannes per avere avuto l’ardire di mettere in gara un monster movie coreano ad altissimo voltaggio e bassissimo QI. Meno al film, che disattende le attese e si rivela l’instant cult mancato del festival.

Molto rumore per nulla? Molto rumore sicuramente, per nulla vedremo: non è detto che un premio dalla giuria di Park Chan-wook non riesca a strapparlo.

Parliamo di Hope, ovvero del ritorno alla regia di Na Hong-jin dopo dieci anni di attesa da The Wailing, l’horror metafisico che lo aveva consacrato a livello internazionale. Una decade per realizzare uno dei progetti più costosi della storia del cinema coreano, con oltre 33 milioni di dollari di budget, una durata monstre di 160 minuti e un cast internazionale che comprende Michael Fassbender, Alicia Vikander e Taylor Russell, pesantemente rielaborati in motion capture.

Un film che, come i precedenti di Na Hong-jin, vuole forzare i confini stessi del cinema di genere sudcoreano, combinando cinema d’assedio, commedia d’azione e fantascienza. Nella cornice dell’home invasion.

Hope Harbor è una piccola cittadina portuale sudcoreana, non lontana dalla zona demilitarizzata tra le due Coree. Il ritrovamento di una carcassa bovina brutalmente mutilata mette in allarme la comunità. Il capo della polizia Bum-seok, interpretato da Hwang Jung-min, viene chiamato a indagare. All’inizio si pensa a una tigre, forse scesa dal Nord, forse capace di attraversare campi minati e recinzioni. Ma l’ipotesi dura poco. Qualcosa di molto più grande, feroce e inclassificabile si aggira tra le strade del villaggio, sfonda muri, solleva automobili, lascia dietro di sé corpi maciullati.

A intervenire sono i pochi agenti disponibili, alcuni cacciatori locali guidati da Sung-ki e una popolazione anziana, armata, chiassosa, impreparata e insieme ferocemente determinata a sopravvivere.

Se il riferimento più immediato è The Host di Bong Joon-ho (che condivide con Na lo stesso direttore della fotografia, Hong Kyung-pyo), Hope sembra comunque volersene distaccare per intenti e concetto di cinema. La satira politica può attendere. Qui conta la dinamica dell’evento catastrofico. Una strada, poi un incrocio, poi un edificio, poi un veicolo, poi un corpo lanciato in aria. È un procedere per aggiunta, un pezzo alla volta nella fisica dell’assedio. La comicità stessa, spesso sguaiata, è congegnata per essere parte integrante dell’azione, non una sua interruzione.

Così Bum-seok è un capo della polizia ridicolo; Sung-ae, interpretata da Hoyeon, è più esplosiva, quasi cartoonistica e tarantiniana.

La prima ora è cinema d’azione euforico, costruito tutto su ritmo, suspense, montaggio e humour. Na ritarda il più possibile l’apparizione della creatura. Mostra la cittadina colpita da una forza cieca. Muri squarciati, auto rovesciate, corpi disseminati, urla da un vicolo all’altro. In questa sospensione, dove azione e gag si susseguono senza soluzione di continuità e nulla si mostra della causa scatenante, Na Hong-jin ritrova il suo talento migliore.

Contrariamente ad altri cliché del genere, il film lavora in pieno giorno, producendo un effetto interessante: l’orrore è dato dalla piena visibilità. Il villaggio è illuminato, aperto, attraversabile e proprio per questo vulnerabile.

I problemi nascono quando Na mostra davvero il mostro. Hope sconta una definizione digitale non all’altezza dei grandi blockbuster americani. Una CGI debole, perfino goffa, soprattutto se accostata alla precisione delle scene girate in location, alla bellezza degli stunt, alla qualità della fotografia.

Il film inevitabilmente perde parte del mistero trasformandosi, da monster movie rurale, in un film di fantascienza classico. La presenza degli attori occidentali, nascosti dietro corpi alieni e motion capture, invita forse a un possibile discorso sull’alterità, sull’invasione, sulla paura dell’altro. Magari a un rovesciamento ironico della tradizionale “othering” hollywoodiana degli attori asiatici. O forse è il contesto della DMZ a suggerire la dimensione politica dell’operazione: la paura dell’infiltrato, la Corea divisa, la frontiera, l’extraterrestre come migrante, il villaggio chiuso.

Se sono sottotesti, il film non se ne preoccupa. O comunque non li sviluppa. La sua resta pura energia cinetica. Non va per il sottile, è meno complesso di The Wailing, dove il demoniaco, il contagio, la superstizione e la colpa s’intrecciavano in una rete di rimandi moralmente ambigui e perturbanti.

Hope è invece (produttivamente) enorme ma elementare; ambiziosissimo, però narrativamente primitivo. Più che di idee, vive di scariche elettriche, al punto che lo si potrebbe prendere per una parodia del genere. Per una sceneggiatura così basica poi la durata è abnorme. La seconda parte è più slabbrata, appesantita da spiegazioni, mitologie aliene, personaggi caricaturali e dipendenza dagli effetti visivi (non eccelsi).

E tuttavia sarebbe riduttivo liquidare Hope come un blockbuster mal riuscito. È impressionante, invece, la capacità di Na di dirigere l’azione. La costruzione delle fughe, la gestione degli spazi, l’uso dei veicoli, l’alternanza di adrenalina e slapstick, la spettacolare sequenza finale sull’autostrada, ci dicono una volta di più di un regista che possiede un senso fisico del cinema raro nel panorama contemporaneo.

Non sarà dunque il film perfetto. E nemmeno il grande ritorno che ci si poteva aspettare dopo The Wailing. Ma qui abbiamo di che accontentarci: un oggetto eccessivo, deforme, squilibrato, a tratti travolgente, a tratti frustrante. Il film che sembra contenerne due: da una parte il grande action-horror popolare, forsennato, comico, sanguinoso, diretto con maestria; dall’altra il kolossal fantascientifico un po’ banale, appesantito dagli effetti digitali.

In entrambi i casi, trionfa la noncuranza per il modello umanista dell’incontro con l’altro. Spielberg non abita qui. C’è l’apparizione, ma non la meraviglia. La reazione non contempla nemmeno la paranoia: passa subito ai fatti. Del resto, l’alieno entra nello spazio umano attraverso la violenza.

Solo verso il finale il film lascia intravedere una possibile complessità morale delle creature. Ma è troppo tardi. La sua macchina spettacolare aveva ormai preso il sopravvento.