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Nessun esordio nasce dal nulla. Alcuni però rappresentano il punto d'arrivo di una ricerca visiva e personale condotta per anni. È il caso di Il Mestiere, l'opera prima di Beppe Tufarulo presentato alle Giornate degli Autori. Il regista ha scelto la sceneggiatura di Massimo De Angelis, vincitrice del Premio Solinas - Storie per il Cinema 2009.
In precedenza Tufarulo ha costruito una carriera importante nel campo del documentario e dei cortometraggi di impegno sociale. Ha firmato lavori come I am Fatou e la serie Follow the Paintings, mostrando un'attenzione sincera per le periferie esistenziali e per i temi dell'identità. Attraverso il suo percorso nel cinema del reale, ha affinato uno sguardo sensibile verso le fragilità umane. Questa esperienza rappresenta la matrice della sua regia: una cifra stilistica che gli permette di approcciare la storia con profondo rispetto per la verità dei personaggi.
Il Mestiere segue le vicende di un uomo (Luigi Lo Cascio) costretto a intraprendere un viaggio fisico e interiore lungo le strade di una Sicilia inedita. Esercita una professione singolare e dolorosa, legata alla memoria e alla gestione del lutto. Ma lo scopo finale è economico: truffare l’INPS per far sembrare vivi i morti. Durante il percorso, l'incontro con un giovane in difficoltà trasforma il tragitto in un on the road atipico. Entrambi i protagonisti devono confrontarsi con i propri fantasmi, tra il peso del passato e la necessità di una rinascita.
Sul piano visivo e narrativo, il film si distingue per la capacità di reinventare il paesaggio siciliano. La regia abbandona i luoghi comuni della tradizione e descrive un territorio dai toni surreali, rarefatti e quasi metafisici. Le strade assolate, gli spazi aperti e i silenzi della natura diventano lo specchio dell'isolamento dei personaggi. Tufarulo dimostra maturità nella gestione dei tempi drammatici, lasciando che le emozioni affiorino con naturalezza attraverso la gestualità e i dettagli.
Una delle scelte stilistiche più coraggiose e felici del film riguarda la rappresentazione del trauma. Nel momento in cui la narrazione deve virare verso la violenza, la regia sceglie di interrompere la presa diretta e si affida a una sequenza animata. Questa soluzione poetica evita l'esibizione della brutalità e trasfigura l'impatto in un linguaggio allegorico di forte suggestione, che amplifica il senso di smarrimento.
Il Mestiere trova la sua forza nell'interpretazione misurata di Luigi Lo Cascio, capace di dare corpo e voce alle crepe dell'anima. Affronta temi complessi come la colpa, il rispetto del dolore e la redenzione, regalando al pubblico un racconto di grande sensibilità.



