PHOTO
Vanessa Scalera in Il fuoco che ti porti dentro - Foto Anna Camerlingo
“La bellezza è statica. La sensualità è nel movimento”, scrive Antonio Franchini in Il fuoco che ti porti dentro (Marsilio, 2024), romanzo che racconta la vita e la morte di Angela (madre dell’autore), una donna – come riportiamo dalla quarta di copertina – “dal carattere impossibile. Una donna che incarna in maniera emblematica tutti gli orrori dell’Italia, nessuno escluso: «il qualunquismo, il razzismo, il classismo, l’egoismo, l’opportunismo, il trasformismo, la mezza cultura peggiore dell’ignoranza, il rancore...»”.
Edoardo De Angelis adatta (insieme ad Ilaria Macchia e Francesco Piccolo) e porta sullo schermo il libro di Franchini. In concorso a Venezia 83, prossimamente in sala con 01 distribution, Il fuoco che ti porti dentro è forse il naturale approdo di un regista che, per sua stessa ammissione (e soprattutto dopo le esperienze con i film per la tv tratti dalle opere teatrali di Eduardo De Filippo), sta “cercando un linguaggio nuovo. Non ne ho ancora capito l’alfabeto ma so che tratta le cose di casa come paesaggi e la vita in famiglia come una lotta epica per la sopravvivenza”.
Tornando alla citazione iniziale, dunque, e considerando questo film quale sintesi possibile di un romanzo che attraverso una forma simile al flusso di coscienza “è un’indagine nella vita, nelle passioni e negli odi di una donna, alla ricerca di una spiegazione possibile. La forma è quella della commedia, il contenuto quello della tragedia”, potremmo partire da questa polarità – la staticità della bellezza, la sensualità del movimento – per cogliere da un lato il tentativo consolatorio di una forma composta, dall’altro la vibrazione incontenibile e quasi animale di corpi che si scontrano, si evitano, tornano a collidere dentro uno spazio chiuso.
Siamo sin da subito intrappolati dentro questa partitura da camera dove il rigore della regia si fa teatro d’ombre domestico: De Angelis ci rinchiude dentro questo appartamento milanese, trasformandolo in una prigione claustrofobica e asfissiante. È la casa di Antonio (Lino Musella, sempre magnifico), fuggito da Napoli anni prima per edificare a Milano una fortezza fatta di ordine, carriera (diventando editor per Mondadori), silenzi misurati e garbo borghese.
Ma la geografia dell’anima non si cancella con un cambio di residenza. A scardinare quell’illusione di pace c’è Angela (Vanessa Scalera, monumentale), la madre: figura arcaica, esagerata, debordante, al contempo irresistibile e spaventosa nella sua ostilità connaturata. Arrivata per le feste di Natale con l'intenzione neanche troppo velata di radicarsi in quella casa, Angela trasforma la cena della Vigilia in un campo di battaglia emotivo, ferocissimo, a suo modo comico.


Il fuoco che ti porti dentro - Foto Anna Camerlingo
Il cortocircuito tra questi due mondi è amplificato naturalmente dalla presenza della nuora (Elena Radonicich) e dei due nipoti (“che sei ricchione?”…), dall’arrivo dell’altra figlia Paola (Ivana Lotito, bravissima anche lei), dall’assenza di “chélla zoccola, puttana” di un’altra figlia che di lei non ne vuole più sapere, dall’improvvisa venuta di un celebre scrittore (Tommaso Ragno) che sta per firmare il contratto con la casa editrice di Antonio e, in ultimo, a tragedia ormai sfiorata, dall’arrivo del genero buddista, che a suo tempo ha dovuto affrontare un tumore al testicolo (“tua madre già m’ha schiattat’ ‘na palla, non riuscirà a farmi schiattare pure l’altra”…).
In questa serata surreale e tesa (la traduzione/tradimento del testo è nel condensare in un unico momento topico l’intero corpus narrativo, garantendone comunque lo spirito fondamentale), abitata anche da un cappone tenace che oppone una resistenza quasi metafisica al suo destino in pentola, il film scava nella carne viva dei sentimenti tossici e indissolubili. Non c'è facile consolazione, né tantomeno un facile perdono. C’è la resa dei conti tra due solitudini che si riconoscono.
Va da sé pertanto che il cuore pulsante dell’opera risiede nella prova dei suoi due straordinari interpreti (l’unico sforzo da compiere è quello di dimenticare che tra i due, nella realtà, corrono solamente tre anni di differenza): Vanessa Scalera è viscerale, respingente, priva di qualunque compiacimento o scorciatoia empatica. La sua Angela è una forza della natura distruttiva, un vulcano in perenne eruzione che occupa lo schermo con una presenza fisica spaventosa. L’attrice non cerca la simpatia dello spettatore, incarna una maternità terragna, vulcanica, che divora ogni cosa sul suo cammino. È un personaggio intriso di un’antichità quasi tragica, che frigge qualsiasi cibo fino a saturare l’aria, che produce un rumore costante, molesto, vitale.


Il fuoco che ti porti dentro - Foto Anna Camerlingo
Dall’altro lato, Antonio è un uomo in costante apnea, continuamente in cerca di un riparo visivo, fisico e olfattivo: una fuga da quel cerchio di fumo untuoso, dalla puzza acre delle cotture perenni della madre (con la sigaretta sempre in bocca), dal frastuono dei suoi giudizi affilati come lame. Musella fa suo il dolore di chi ha cercato per una vita di ripulirsi dalle proprie origini, per poi scoprirsi irrimediabilmente impastato della stessa materia di chi lo ha generato.
La macchina da presa si muove con estrema fluidità tra le pareti dell'appartamento, catturando il sudore, il cibo nel suo farsi e nel suo disfacimento, il vapore che appanna i vetri, trasfigurando il dramma privato in una sorta di esperienza sensoriale. La bellezza statica della casa borghese viene sistematicamente distrutta dal movimento selvaggio e vitale dei due protagonisti.
Il fuoco che ti porti dentro svela così la sua verità più profonda: quel legame primordiale tra madre e figlio non è un porto sicuro, ma un incendio che brucia dentro senza mai consumarsi, un rogo che ci si porta dietro anche dopo essere fuggiti dall’altra parte del mondo. Un fuoco che non lascia alcuna via di scampo.



