Se il cinema è anche una finestra sul mondo, soprattutto se parliamo dal nostro privilegiato osservatorio occidentale, allora Homebound sa consegnarci una fotografia di un paese, di un popolo e di una società attraverso una narrazione coinvolgente e popolare. È qualcosa che emerge anche dalla controversia legata all’originalità del film, accusato di plagio dalla giornalista Puja Changoiwala, autrice di Homebound, un romanzo pubblicato nel 2021 che il regista e sceneggiatore Neeraj Ghaywan e il suo collaboratore Sumit Roy avrebbero copiato nella struttura, nelle scene e nei dialoghi.

Negando le insinuazioni, Roy ha specificato che all’origine c’è un articolo di Basharat Peer apparso sul New York Times nel 2020 (il titolo è traducibile come Un’amicizia, una pandemia e una morte sul ciglio dell’autostrada) e che, semmai, a ispirarli è stato il cinema di Satyajit Ray, massimo regista bengalese. Certo, è un po’ facile riferirsi all’umanesimo di uno dei maestri del Novecento, però le assonanze tra i due testi ci dicono che, forse, i problemi e le speranze dell’India contemporanea stanno lì di fronte agli occhi di tutti: mentre la crescita economica procede nonostante i divari sociali e la povertà diffusa, l’India è al centro di un complesso discorso geopolitico tra disordini interni, emergenze climatiche e tensioni globali.

Homebound – Storia di un’amicizia in India
Homebound – Storia di un’amicizia in India

Homebound – Storia di un’amicizia in India

Homebound inquadra questa situazione raccontando – come dice il sottotitolo – la storia di un’amicizia tra Shoaib (Ishaan Khatter) e Chandan (Vishal Jethwa), che si conoscono da bambini e sognano di emanciparsi dal piccolo villaggio d’origine nell’India rurale. Entrambi sostengono l’esame per entrare in polizia, impiego ideale che promette la dignità, il rispetto e la sicurezza mai avuti prima, ma l’attesa dei risultati spinge i ragazzi altrove: Shoaib trova posto in un’azienda dove viene discriminato in quanto musulmano; Chandan, iscritto all’università, deve rinunciare ai costosi studi e lavorare in una fabbrica tessile. Il Covid costringe i due a tornare a casa sfidando i coprifuoco, le limitazioni e i pochi mezzi.

Calandosi nel ventre del Paese, Ghaywan offre spazio e visibilità a figure che spesso restano ai margini delle narrazioni ufficiali, una classe medio-bassa che fa quotidianamente i conti con i sogni e i bisogni per sopravvivere a destini segnati. La questione è anche personale: il regista è un Dalit, considerato il grado più basso nel sistema delle caste indiano e tuttora discriminato e relegato a mansioni infime, condizione che Ghaywan ha nascosto per anni. Un occultamento che ha a che fare con un’autocensura, dove il precipitato sociale si riflette nel fraseggio melodrammatico: l’amicizia come antidoto in un mondo disgregato, l’esperienza del dolore come viatico per celebrare quell’amore che si esprime attraverso la compassione, il riconoscimento reciproco, la condivisione di un sistema valoriale, il coraggio della speranza.

Homebound – Storia di un’amicizia in India
Homebound – Storia di un’amicizia in India

Homebound – Storia di un’amicizia in India

Quasi variante maschile di All We Imagine As Light, Homebound è una storia di resistenza che fa un po’ di retorica sulla resilienza, interrogando la narrazione del progresso laddove emerge la contraddizione che non riguarda tutti ma solo alcuni. E lo fa con una limpidezza qua e là quasi edulcorata, benché lo svolgimento non sia affatto buonista: le cose non devono andare bene per forza e la pandemia suggella un declino già in atto, tant’è che, al di là del contagio, il dramma pandemico si riverbera simbolicamente nella crisi occupazionale e nella burocrazia kafkiana.

Eppure, più che nelle dimensioni più esplicitamente sentimentale e sociologica, Homebound sembra più efficace quando dà una forma popolare al tema contemplativo, nei silenzi che aprono squarci, nei parallelismi che non hanno bisogno di altre parole (il treno degli studenti accanto al camion dei migranti), nel finale struggente. Prodotto anche da Martin Scorsese, Homebound è stato presentato a Un Certain Regard a Cannes 2025.