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Jamie Bell e Richard Gadd in Half Man
“Questa è narrativa, non biografia” dice Niall Kennedy quando qualcuno gli fa notare che il suo romanzo ha una matrice chiaramente autobiografica. È come se a parlare fosse Richard Gadd, l’autore di Half Man, rivolgendosi a coloro che cercheranno tracce personali nella sua seconda miniserie. Che arriva dopo Baby Reindeer, clamorosa autofiction in cui partiva dal rapporto con la sua stalker per esplorare un passato mai del tutto elaborato. La grandezza di Gadd – confermata anche da questa miniserie, sei episodi su HBO Max – sta proprio nel metterci a disagio prendendo di petto il peso, l’impatto, l’eredità del trauma: non è più tempo di relegarlo all’oblio o rimuoverlo per continuare a galleggiare, come ci insegna un testo molto affine al discorso di Gadd come il controverso Storia della violenza di Édouard Louis.
Ma se Baby Reindeer rifletteva su qualcosa di personale, innescando coinvolgimento ed empatia in un pubblico disposto a comprendere e compatire il personaggio re-interpretato da Gadd (in superficie c’è lo stalking, in profondità c’è l’accettazione di sé), Half Man ribalta il discorso e crea una distanza proprio a partire dal corpo di Gadd, qui incredibile nel ruolo di Ruben, un ceffo muscoloso fino a diventare spaventoso, involucro di una personalità tirannica e simbolo del trauma di Niall, fratello acquisito (le madri si fidanzano quando i due sono adolescenti). Ma, come emerge benissimo nell’episodio finale della serie (spoiler? non proprio), la questione è narrativa: è il trauma a qualificare lo statuto di protagonista?
Al centro di Half Man c’è quello di Niall, per decenni vittima degli abusi, dei soprusi, dei crimini di Ruben. Poiché subisce qualsiasi cosa, siamo portati a provare una certa empatia nei suoi confronti, un po’ come accadeva con il protagonista di Baby Reindeer. Ma quanta complicità sadomasochista c’è nella presenza ora codarda ora ribelle di Niall, nel suo desiderio di conquistare quel protagonismo sempre appaltato al furore e agli eccessi di Ruben? Quanto narcisismo c’è nelle sue azioni estreme, nel suo spingere il corpo oltre i limiti previsti dal buon senso, nel suo vivere a metà – il titolo, no? – negando se stesso?


Stuart Campbell e Mitchell Robertson in Half Man
(HBO)Come la serie precedente, anche Half Man è un percorso per accettarsi e fare pace con i propri demoni. Ma – e ci risiamo con il titolo – il tema generale riguarda la mascolinità tossica, non solo quella espressa platealmente da Ruben ma soprattutto quella inconsapevole di Niall, incastrato in uno strano conflitto edipico, spaventato dalla verità della propria identità sessuale, ipocrita e velato nelle sue frequentazioni senza rete di protezione, convinto di essere semplicemente la vittima della storia. Anche quando non la subisce in prima persona, Niall guarda la violenza – intesa tanto come manipolazione psicologica quanto nei termini più fisici – mentre accade di fronte ai suoi occhi, ne è terrorizzato e al contempo affascinato, si percepisce responsabile delle azioni commesse da Ruben e sperimenta la perversione di compiacersi dell’essere centrale nelle azioni di colui che è, nei fatti, l’uomo della sua vita.
La scomodità di Half Man sta proprio in questo interrogare l’osceno che presidia i margini di un’apparente innocenza. Non è un caso che Niall ricorra a un libro per elaborare il trauma: nel renderlo pubblico negandone l’origine, edulcora il processo per continuare a ingannarsi. È solo un altro maschio tossico che ha subito un danno e sfida la morte perché sa di poter sopravvivere, che comunque incarna gli stereotipi in una forma meno esplosiva di Ruben. L’interpretazione di Jamie Ball è straordinaria (ma sono eccellenti anche le versioni giovanili dei protagonisti, Stuart Campbell e Mitchell Robertson), anche per come riesce a trasmettere ciò che, in fondo, è davvero Half Man: la cupa, inquietante, minacciosa, asfissiante, straziante storia di un indicibile amore tossico.
