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Si dice che il crimine non paga, ma chissà se è sempre vero. Se lo chiede Lucky, la protagonista dell’omonima nuova serie targata Apple TV (dal 15 luglio) interpretata e prodotta da Anya Taylor-Joy. Tutto parte da una coppia bellissima e affascinante di giovani ladri e truffatori, che hanno nella camera d’albergo di un casinò una valigia piena di soldi. È evidente come siano nati poveri ma arricchitisi ai limiti della Legge, quasi dei Bonnie & Clyde moderni, e ora potrebbero fare il colpo grosso. Peccato che la mattina dopo lei, che si chiama ironicamente Lucky (“fortunata”), si risvegli stordita, senza compagno e senza denaro. A quel punto, braccata da un lato dallo spietato boss criminale a cui quei soldi appartenevano, dall’altro dall’FBI che stava dietro al racket, la protagonista deve lottare per la propria vita e per trovare una via d’uscita, mentre si dà alla fuga e vuole scoprire l’assassino della dolce metà.


Fin dalle primissime (roboanti) sequenze si innesca un gioco del gatto col topo tra la protagonista e i due (apparenti) nemici: da un lato il boss criminale, dall’altro l’agente dell’FBI che segue da tempo il suo giro. Gran parte della riuscita è sulle spalle dell’ex Regina degli Scacchi prodigio - che tiene bene la scena (come già aveva dimostrato in altre occasioni) - e sulla sua interazione con veterani della recitazione come Annette Bening e Timothy Olyphant.
Nonostante la regia tipica del genere tra dettagli e primi piani, il montaggio sincopato, la colonna sonora dal sapore rock, i colpi di scena piazzati ad hoc, le numerose scene action rocambolesche intervallate da momenti più riflessivi e mentali che fisici, il prodotto, per quanto di qualità, non porta granché di nuovo al genere ma finisce negli stessi schemi triti e ritriti. Non basta che la serie sia prodotta da Reese Witherspoon, che già aveva selezionato il romanzo per il suo Book Club e dalla sua Hello Sunshine. Non bastano il fascino di Taylor-Joy e le facce da schiaffi di Olyphant e William Fichtner.


Dove invece lo show risulta interessante è nell’aspetto sociologico del racconto, prima sulla carta e poi sullo schermo. La serie si chiede (e ci chiede): truffatori si nasce o si diventa? Ladri una volta, ladri per sempre? Quanto siamo il prodotto del contesto familiare e socio-culturale in cui siamo cresciuti e quanto abbiamo di libero arbitrio sulle nostre scelte di vita e sul costruire la persona che vogliamo essere? Come spesso capita nei crime thriller, i rapporti tra i personaggi si scopriranno essere molto più personali e familiari di quanto sembrino inizialmente; questo perché un maggiore coinvolgimento emotivo aiuta una storia ad arrivare più dritta nel cuore dello spettatore, complica i rapporti, a dispetto di un action nudo e crudo. Il serial non si limita al vertice della tensione ma scava più in profondità, indagando i rapporti umani e le loro conseguenze.
Emerge così l’altro tema più interessante veicolato da Lucky: il rapporto tra genitori (spesso inadeguati, soprattutto in contesti criminali) e figli (che si ritrovano a dover fare gli adulti). Di conseguenza i giovani protagonisti affrontano l’eredità genetica che ci portiamo dentro e dietro di noi, e quanto quel circolo vizioso di difetti (più che di pregi) possa essere interrotto. Quanto si può cambiarne la rotta di ciò che abbiamo nel nostro DNA? Il denaro ci rende più liberi o, una volta che l’abbiamo finalmente in pugno, diventiamo schiavi del capitalismo come tutti quanti?
