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Rooster
Anche copiare è un’arte. Come durante i compiti in classe tra i banchi di scuola. Se lo si riesce a fare bene, nessuno si concentra sulle fonti, ma guarda il risultato; che non è pedissequo rispetto a ciò che è venuto prima, ma ha elementi a modo suo originali. Come Rooster, l’ultima fatica di Bill Lawrence in dieci episodi disponibile in streaming su HBO Max e già rinnovata per una stagione 2.
Lawrence è un maestro in questo. Ci ha regalato tre serie cult come Spin City, Scrubs e Ted Lasso, riuscendo ad appassionare milioni di spettatori non necessariamente fan di politica, ospedali e sport. Ma anche titoli meno blasonati, come Cougar Town, Bad Monkey e Shrinking, non per questo meno meritevoli di attenzione. Anzi sono l’accompagnamento giusto per quest’estate torrida: scacciapensieri ma non sciocche.
Lo showrunner sa unire dramma e commedia come pochi altri. Si ride e ci si commuove a fasi alterne durante tutta la visione. Con una delicatezza di fondo nell’affrontare temi universali come la vita, la morte, l’elaborazione del lutto e la salute mentale. Le sue sono dramedy nel senso più puro del termine, in cui ogni momento drammatico (complice il formato da mezz’ora) ha sempre una vena autoironica per alleggerire la tensione; ed ogni sequenza comica è gravata da un peso sulle spalle dei personaggi, a donarle solennità.


Rooster
(Katrina Marcinowski/HBO)C’è anche questo in Rooster, com’è soprannominato il protagonista Greg Russo (Steve Carell), scrittore che si ritrova ad insegnare nell’università dove lavora la figlia Katie (Charly Clive) per aiutarla dopo che ha scoperto che il marito, anche lui docente nel campus, la tradiva con una studentessa nel più banale dei cliché. Nulla però è banale, anzi è tutto piuttosto inaspettato, come la vita, in questa dramedy che pesca da tanti titoli venuti prima di lei eppure è assolutamente irresistibile.
Come i personaggi che la popolano, ognuno con le sue stranezze ed idiosincrasie. In una manciata di episodi riesce a creare figure estremamente sopra le righe eppure immediatamente riconoscibili e vicine a noi spettatori, dal corpo insegnanti allo stuolo di studenti. In quel campus immerso nel verde, che dona apertura anche mentale a chi lo abita, sfidato a mettere sempre tutto in discussione, anche la stessa sala professori. Il luogo per eccellenza dove formare il nostro io e la nostra capacità di pensiero critico.
La serie parla soprattutto di seconde possibilità: nella vita professionale come in quella sentimentale. All’inizio di quest’articolo parlavamo di copiare a scuola: l’ambiente accademico è perfetto per veicolare un romanzo di formazione, anche perché i college americani fanno “respirare” nonostante siano molto competitivi. Si parla di pressione sociale e di sessismo lavorativo, ma filtrato attraverso la risata (amara) che ha sempre una marcia in più per arrivare dritta al cuore del pubblico.


Rooster
(Katrina Marcinowski/HBO)Lo showrunner ha riunito per l’occasione alcuni degli interpreti della sua “compagnia”: da Phil Dunster che dopo Jamie Tartt è un maschio tossico perso nel proprio egocentrismo; fino a John C. McGinley che dopo il tremendamente umano Dr. Cox veste i panni del rettore, un uomo diviso tra due epoche che cerca disperatamente di stare al passo e di fare la cosa giusta per il college a cui ha dedicato l’esistenza.
Il pezzo da novanta è Steve Carell, mattatore assoluto e auto-ironico sul politically correct di oggi. Ma sono letteralmente tutti – dall’ex moglie auto-riferita che Rooster non riesce a dimenticare, alla segretaria dolce e lasciva che ha solo bisogno di rimettersi in carreggiata, fino allo studente taciturno che vuole disperatamente appartenere a qualcosa. Ancora una volta, per Lawrence, è l’unione che fa la forza. Dovremmo proprio impararlo anche noi.
