Svizzero di nascita, ma di formazione cinematografica francese, l'attore, sceneggiatore e regista Barthélemy Grossmann incrocia sulla sua strada il genio creativo di Luc Besson. Il celebre autore di Léon, Nikita e Dogman firma la sceneggiatura di questo adrenalinico action thriller: un'opera complessa, ma dallo sviluppo narrativo lineare, fedele ai canoni classici. Il lungometraggio di Grossmann si rivela come un mosaico ricco di citazioni, in cui riecheggiano frammenti sia della filmografia dello stesso Besson, i tre su citati, sia di altri grandi cult del genere della cinematografia internazionale. Al centro della vicenda un personaggio, con una sua storia, che sembra essere uscito sa un fumetto; un uomo all’apparenza pacifico e religioso, che nasconde però un vissuto la cui etica è fortemente all’opposto dell’istituzione che rappresenta.

Chi è davvero Father Joe? All'apparenza un prete e benefattore dei poveri; nella realtà un giustiziere implacabile lontano da ogni canone religioso dalle maniere violente e decise. La sua crociata contro la corruzione e il crimine non la combatte con preghiere e sermoni, ma con un arsenale di armi letali. Ex veterano del Vietnam, segnato dal dolore per la tragica perdita della figlia per mano della criminalità di New York, e poi della moglie, abbraccia la vocazione del prete in un modo speciale, più vicina al mito del supereroe dispensatore di giustizia che alla condizione di uomo di Chiesa a cui è più consona l’aspirazione alla santità e all’interiorità.

Fin dalle prime scene il film ne delinea la forza d'impatto: un uomo capace di fronteggiare da solo intere orde di malviventi. Al suo fianco si schiera una congregazione di giovani “religiosi” addestrati al combattimento da un monaco asiatico, anch’egli veterano di guerra: una figura silenziosa e compassata, dotato di un'agilità straordinaria e di una forza dirompente. Father Joe crea inoltre una sorta di “santa alleanza”, una improbabile connessione tra uomini che professano religioni da sempre diffidenti e in netto contrasto tra loro, presentati dal film come una potente ed efficace occasione persa. Il loro repulisti sistematico tra le bande mafiose della Little Italy di Manhattan, da cui pretende una “conversione” domenicale - “Confessa, pentiti, paga o affronta le conseguenze”, recita il pressbook del film) -, smantella una fitta rete criminale, costringendo il "padrino" della città a un inevitabile e travolgente scontro finale.

Ever Anderson e Kiefer Sutherland in Father Joe
Ever Anderson e Kiefer Sutherland in Father Joe

Ever Anderson e Kiefer Sutherland in Father Joe

Father Joe è un film che diverte, una fantasmagorica giostra di immagini e azioni: montaggio frenetico e serrato con i duelli che richiamano le coreografie precise, studiate e misurate di scuola cinese, classica e recente. Il ritmo è da videoclip, fortemente segnato dalla metrica musicale, con i movimenti, rallentati o accelerati, che sincronizzano perfettamente immagini e sonoro, creando un’alchimia piacevole. Il film manifesta la capacità citazionista di Grossman. Una abilità che si rivela come altro merito del lungometraggio che altrimenti, per le sole qualità del plot, si sarebbe perso tra le miriadi di film di genere gangsteristico, noir o thriller, senza infamia né gloria.

Tanti i tributi a opere e registi di fama internazionale tra cui risaltano i già citati film di Besson, le stage combat delle arti marziali dell’Hong Kong Style, le fight choreography dei due Kill Bill di Tarantino, le eleganze delle coreografie caratterizzate da rallenti e accelerazioni ritrovabili in di Ang Lee, Zhang Yimou o Guy Ritchie, le atmosfere noir e thriller dei film di Scorsese, le citazioni di “giustizialismo” di Clint Eastwood o di Charles Bronson.

Tutto con una stravagante, inaspettata originalità che riesce a condensarsi piacevolmente nei 106 minuti della storia. A proposito di “omaggi”, lo stesso Besson ha dichiarato: “Lavoriamo molto con le mani. Guardiamo come si muove un attore, che cosa ci permette di fare un set, e costruiamo a partire da questo. È come quando si cucina insieme e qualcuno dice: ci vuole un po’ più di questo, o un po’ meno di quello”. Il film perde però quella originalità propria e la scommessa di divertire attende momenti migliori da un duo così brillante e creativo.

Kiefer Sutherland e Al Pacino in Father Joe
Kiefer Sutherland e Al Pacino in Father Joe

Kiefer Sutherland e Al Pacino in Father Joe

Con il suo dinamico film, Grossman affronta la complessità della natura umana e ritorna sul tema dell’eterna lotta tra il bene e il male dove l’essere umano, incapace di imparare dalla storia, non riesce a non prevaricare sull’altro per interesse e potere, ma lo fa ricorrendo a stereotipi di genere fin troppo adoperati. Curioso il riferimento a Domenico Savio, giovane santo della Torino della seconda metà dell’Ottocento, educato alla scuola di Don Bosco, del quale il protagonista rievoca la purezza e richiama l’innocenza dei minori da proteggere. A rappresentarli è Felicity, una adolescente vittima degli spacciatori che si converte in una piccola “Nikita”, ma a supporto non violento del prete.

Il film tocca anche i temi del pentimento e della redenzione, ma lo fa seguendo una logica del tutto contraria alla pietà e alla pacificazione interiore delle religioni. Questa guerra santa non ammette perdono se non pagando. E qui sullo sfondo una piccola stoccata alle gerarchie cattoliche, rappresentate da un cardinale avido e accondiscendente quando si tratta di copiose somme di denaro.

In questo luna park ad alta adrenalina, è da non perdere la performance di Al Pacino nel suo lungo monologo finale. L’attore americano riesce ancora una volta a raggiungere livelli interpretativi altissimi, di quelli che hanno costellato la sua lunga e gloriosa carriera e che lo hanno reso uno degli interpreti più significativi del cinema internazionale, nonché uno dei cattivi più iconici di sempre. Si tratta di un finale che rende il film più epico e, paradossalmente, inquietante (la cattiveria dei malviventi) e allo stesso tempo rassicurante (gli angeli del bene), nonostante le tonnellate di proiettili utilizzate.