Periferia di Teheran, oggi. La migliore guardia carceraria della città, sospesa dal lavoro per una grave leggerezza professionale, sta per perdere anche la casa: sarà presto demolita, lì dove presto correrà un’autostrada. Intanto scopre che la figlia maggiore sta per lasciare la famiglia: vuole fare la modella in Turchia. La sorellina e la madre la appoggiano in gran segreto. Un tradimento che fa infuriare Rashid, a tal punto da rinchiudere tutte e tre in casa, rimandando di giorno in giorno lo sfratto imminente e trasformando l'abitazione in una prigione.

Prima volta a Venezia per l’iraniano classe 1984 Mohsen Gharei che porta in concorso a Orizzonti uno straziante, lucidissimo dramma contro la cultura patriarcale (filo rosso che lega tanti titoli di quest’anno al Lido) sullo sfondo di una Teheran (scenografia d’elezione dei suoi film, sin dall’esordio Don’t Be Tired!) che sta perdendo il suo volto millenario, ma non i germi di una cultura, quella del possesso maschile che continua a essere tossica e distruttiva per tutti, a partire da chi la esprime.

Tutto, infatti, ruota, si trasforma, si sbriciola e fugge intorno a questa guardia carceraria che d’improvviso sente svanire intorno a sé il mondo conosciuto, il suo potere familiare, il suo ruolo sociale. Scacciato dalla prigione, allora, finisce per confonderne gli spazi: trasforma la sua casa in luogo di reclusione per le sue donne, reclamando il suo potere dittatoriale sul loro futuro, colpevolizzando e punendo, ostacolando chi si dissocia dal suo desiderio e rischia di rovinarne la reputazione: la scelta della giovane e fragile Ensi (mirabilmente incarnata dalla stellina iraniana Laleh Marzan) è sentita dal padre come un fallimento e un attacco personale, la vita sotto i riflettori un’onta personale da scontare ogni giorno davanti a “tutti i maschi che la guarderanno”.

Padre padrone, carceriere, aguzzino, censore, corrotto, corruttore, assassino: Gharei compone una mostruosa, ributtante, indifendibile e per questo umana figura tragica. Rashid incarna il patriarcato come malapianta ereditata e non sdradicata, come cancro psicologico che si installa nella mente di un uomo preoccupato di difendere la sua onorabilità sociale ed è incapace di ascoltare e riconoscere la vocazione delle donne.

Merito di una sceneggiatura che lavora sul paradosso morale: da uomo buono e ingenuo intrappolato in un tranello che gli costa il lavoro, a orco che, per smodata brama di possesso, infligge un dolore intollerabile alle sue donne, perdendo ciò che più cercava di trattenere.

Anche per questo Falling House  ripropone tutte le caratteristiche del miglior cinema iraniano recente: realismo sociale, naturalismo recitativo, focus sugli strati più umili della popolazione, denuncia dei soprusi del regime e della violenza di genere, la famiglia come fulcro d’analisi di una società in cambiamento e in rivolta, verbosità esplicativa dei dialoghi (un difetto per chi scrive, un marchio di fabbrica di questa corrente), una sceneggiatura di ferro di massima economia narrativa e una regia quasi invisibile, anzi impercettibile, per un antema sul patriarcato che avvelana l’Iran Oggi.

Un film sulla repressione, sul compromesso morale, sulla corruzione come sopravvivenza, sulla colpa paterna, sulla violenza psicologica e sul rimpianto infinito che tutto questo genera mentre tutto il resto, intorno, crolla.