“È un mondo difficile e vita intensa” sentenzia Tonino Carotone in Me Cago En El Amor (“sono stufo dell’amore”, che è già un bel dire), la canzone che scandisce i capitoli del primo lungometraggio di Federico Mottica (già notevole cortista) che si intitola, appunto, È un mondo difficile. “Felicità a momenti e futuro incerto”, “Il fuoco e l’acqua concerto e calma”, “Sonata di vento”, “È nostra piccola vita e nostro grande cuore”: l’italiano creativo, incespicato, evocativo di Carotone – che appare in un cameo: è “Tonino dell’Erasmus” – verbalizza ragioni e sentimenti della storia e dei suoi protagonisti, tra la malinconia delle cose perdute e l’allegria che non vorremmo perdere mai.

Lei, Elena(Elena Funari), vorrebbe fare l’attrice. Lui, Francesco (Francesco Castellaneta), studia architettura. Si conoscono nel bagno di un teatrino, dove lei recita una variazione cechoviana e lui accompagna il migliore amico (Elia Nuzzolo si conferma un fuoriclasse): quando si ritrova mezza nuda con la camicia strappata, lei si fa prestare la camicia di lui e ci va in scena. Preambolo rocambolesco all’incontro dopo lo spettacolo, segna l’inizio della loro storia d’amore: l’indomani lei se lo porta all’Argentario per l’anniversario dei genitori super borghesi, poi lui le propone una deviazione verso Villa La Saracena di Luigi Moretti (“purtroppo era un fascista”, specifica Francesco dopo averne celebrato il genio) e, grazie al montaggio fluido di Livia Gualtieri, dalla casa ideale ci ritroviamo nell’appartamento in affitto dove, dopo circa due anni, si consuma la separazione.

Certi amori non finiscono, diceva qualcuno, e i giri immensi devono fare i conti con il tempismo di una vita che non è mai quella che vogliamo benché l’unica che abbiamo in dote. Nuovi rapporti e nuove avventure, le sciocchezze e le rigidità, le scelte più giuste che si rivelano sempre le peggiore e quelle sbagliate per continuare la quotidiana guerra con la razionalità. Tra ellissi e andirivieni, baffi e capelli a dirci quanti sono i mancati giorni, ecco la certezza di tutte le storie destinate a farci stare male stando bene: “E io come faccio ad essere felice se ti amo?”.

Come Un amore di Gianluca Maria Tavarelli, sempre prodotto dal benemerito Gianluca Arcopinto (qui con Walter de Majo, Alessandro Elia e lo stesso Mottica), il discorso amoroso si muove nel tempo, senza che il calendario si imponga sul ricordo, mentre i confini si sfumano in una restituzione dei fatti che non segue la cronologia ma rincorre la nostalgia, l’unico programma politico a disposizione di una generazione a cui è stata negata l’immaginazione di un futuro all’altezza di sogni chiusi nel cassetto. È un po’ il cuore di È un mondo difficile, dove la dimensione politica è più allusa che spiegata, con le immagini di manifestazioni per suggerire le consuetudini della coppia piuttosto che per far vedere come venivano gestite dalla coppie.

Se in Come eravamo il motivo della separazione era fuori campo ma in piena vista per le differenze costitutive dei protagonisti, qui si ribalta il discorso: mentre la storia è distillata in frammenti perché le storie d’amore si somigliano tutte nella loro unicità, è il conflitto a prendersi la scena in una litigata acida a crudele. Senza che diventi il “tema” prevalga sul resto ma lasciandolo come argomento di confronto e scontro, perché il conflitto è costitutivo prima che sentimentale. Mottica inquadra una delle grandi questioni di una società squilibrata che non risparmia nemmeno l’amore e mette alla prova la nostra tenuta emotiva: la questione morale dell’uno (la sostituzione di un quadretto di Monica Vitti con una foto di Enrico Berlinguer) contro il disimpegno “privilegiato” dell’altra (è un crimine avere chi ti sostiene economicamente mentre ci si arrangia inseguendo un sogno?), la rigida solidità dell’uno (“pensi che la libertà sia pippare e andare con chi vuoi?”) contro la mentalità aperta dell’altra (“stai studiando, non sei speciale”).

Indipendente e low budget eppure ricca e stratificata, È un mondo difficile è una commedia sentimentale che fa di necessità virtù, piena di vita e malinconia, di chiacchiere che ci aprono una finestra sul mondo (la vivace e non settaria discussione sul patriarcato) e disagi che ci dicono molto sui mondi dei personaggi (la postura di Francesco quando si ritrova nello spazio borghese di Elena), di passaggi che non replicano la cifra linklateriana della vicenda ma la ricordano con grazia e paesaggi romantici nei quali impaginare un lessico fatto di sguardi, gesti, feticci. In concorso nella sezione Panorama Italia di Alice della Città.