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Club Kid piace perché riesce in un'impresa tutt'altro che scontata: raccontare una storia di maturazione e di scoperta della paternità dentro un côté queer ad alto voltaggio, tra promiscuità sessuale, feste sfrenate e consumo smodato di droghe. E, nonostante tutto, risultare credibile.
Presentato a Cannes 2026 nella sezione Un Certain Regard, accolto con entusiasmo dalla critica internazionale e già indicato tra i possibili outsider nella corsa agli Oscar per la migliore sceneggiatura originale, il film è scritto, diretto e interpretato da Jordan Firstman, al suo esordio nel lungometraggio. Firstman interpreta Peter, idolo della scena queer newyorkese, organizzatore di party e habitué di un universo notturno in cui sesso, musica e sostanze stupefacenti scandiscono le giornate, o meglio le notti. Un'esistenza consacrata al piacere e all'eccesso, almeno fino a quando la scoperta di avere un figlio lo costringe a confrontarsi con una responsabilità inattesa. Da quel momento, quella che sembrava un'immersione sfrenata nella nightlife frocia di New York si trasforma in un racconto di adultizzazione tardiva.
Una seconda parte meno convincente
Ma la parte più interessante di Club Kid è probabilmente quella che precede questa svolta. Firstman restituisce con straordinaria vivacità l'underground queer newyorkese, immergendosi in un sistema sociale con i suoi codici, i suoi rituali, le sue gerarchie e le sue forme di appartenenza. Club, darkroom, appartamenti, feste fino al mattino, incontri occasionali, cocaina, ketamina, sono le coordinate di un mondo senza coordinate, nel quale la ricerca del piacere si intreccia al bisogno di esorcizzare la solitudine.
Non c’è mai folclore o giudizio nella sua rappresentazione. Firstman ne restituisce con naturalezza la temperatura, i codici, i corpi, la fluidità e le contraddizioni. La sua New York notturna è un organismo pulsante, attraversato da un'energia contagiosa e insieme da una sotterranea inquietudine. Ambivalenza che tocca anche la dimensione della festa, ora spazio di libertà e autodeterminazione, ora meccanismo ripetitivo, nel quale il confine tra emancipazione e dipendenza si rivela sempre più labile.
È in questa capacità di rappresentare un ambiente dall'interno, senza camuffarlo, che il film trova la propria cifra personale. Tuttavia, paradossalmente, proprio quando cerca di allargare il proprio orizzonte, Club Kid perde qualcosa della sua originalità. La scoperta della paternità introduce una traiettoria narrativa più convenzionale. Ora il protagonista deve imparare a prendersi cura di qualcuno, a misurarsi con le conseguenze delle proprie azioni e a riconoscere l'esistenza di un mondo che non ruota esclusivamente intorno a lui.
Un mondo così com’è, senza moralismi
Per quanto Firstman eviti facili moralismi e non trasformi mai la cultura queer in una stagione di irresponsabilità, la seconda parte finisce inevitabilmente per normalizzare il racconto, incanalandolo su binari piuttosto prevedibili. La libertà delle prime sequenze, il loro carattere imprevedibile e centrifugo, lascia spazio a una parabola più ordinata, nella quale il cambiamento del protagonista diventa l'orizzonte verso cui tutto converge. Subentra una tenerezza un po’ posticcia.
A tenere vivo il film l’interpretazione dello stesso Firstman, convincente nel conferire al protagonista fragilità, ironia e tenerezza. Più defilata e meno centrata Cara Delevingne.
Al netto delle sue scorciatoie, Club Kid rimane un esordio vitale, a tratti divertente, per metà autentico, capace comunque di costruire una storia di responsabilità senza rinunciare alla propria carica trasgressiva. E se la sua parabola finisce per risultare più convenzionale del mondo che racconta, resta il merito di aver restituito a quel mondo una fisionomia umana che il cinema, e non solo il cinema, troppo spesso gli nega.



