Nel 1903, Wilhelm Jensen scrisse Gradiva, una novella – da lui stesso definita una “fantasia pompeiana” – in cui un giovane archeologo rinviene un bassorilievo romano raffigurante una ragazza e ne rimane talmente soggiogato al punto da darle un nome – Gradiva, appunto, ovvero “colei che risplende nel camminare” – e una storia, immaginandone la vita prima dell’eruzione del Vesuvio del 79. È un testo che, nel corso del Novecento, ha suscitato l’interesse di molti pensatori, da Sigmund Freud per la prima volta alle prese con le interpretazioni psicanalitiche di un prodotto letterario (i sogni mai sognati) a André Breton che a Gradiva dedicò la sua galleria fino a Salvador Dalí che la inserì nel celebre dipinto e Roland Barthes che le dedicò un frammento del discorso amoroso in quanto raffigurazione della salvezza e di “colei che è ben disposta”.

Un apparato di cui non può non tenere conto Marine Atlan, autrice del bellissimo La Gradiva, opera prima franco-italiana (co-produce Angelo Barbagallo) già vincitrice della Semaine de la Critique a Cannes e in concorso ad Alice nella Città. Che, oltre all’esperienza maturata come regista di corti e direttrice della fotografia, raccoglie e aggiorna l’eredità del racconto di formazione di scuola francese (pensiamo a certi lavori di André Téchiné e Claire Denis su gioie e dolori dell’età acerba).

Al bivio tra incanto e realtà, è un film che Atlan ha girato all’impronta, quasi all’improvviso, plasmandone via via la forma compatta e il passo agile che meglio s’attagliavano alla complessità di un’impresa piena di linee narrative e significati nascosti in piena vista (il primo montaggio durava quattro ore, ridotte poi a due ore e venticinque minuti: straordinario montaggio di Guillaume Lillo).

La Gradiva segue un gruppo di liceali francesi in gita scolastica a Napoli, dove scoprono le rovine di Pompei e i corpi pietrificati dal Vesuvio. La città diventa un mondo a parte, un’esperienza estetica ed emotiva che mette alla prova i ragazzi sopraffatti dai segni di un passato che non passa si trasfigura nei corpi, nella materia, nella carne del presente. Pompei come paesaggio mitico dove misurare la vertigine e sperimentare il brivido dello spaesamento emotivo, un ventre che divora i protagonisti, un burrone che inghiotte e disorienta, il simbolo di un tempo che trascende il tempo stesso.

La gradiva
La gradiva

La gradiva

Nel solco di Alice Rohwracher, Atlan è prodigiosa nel trascendere il mito nel reale, evitare che l’allegoria s’imponga sul resto, riflettere sul legame tra memoria e ricordi, verificare il coefficiente di verità nella menzogna e viceversa. Un film dove l’archeologia – la scienza che raccoglie le tracce del passato per studiare le civiltà e le culture umane di un tempo perduto – sconfina nella fantasia – l’attitudine a immaginare qualcosa che parte dalla realtà per superarla, sublimarla se non negarla – dentro un laboratorio dello sguardo che scopre immagini dalla consistenza così materica come se affiorassero dalla terra. Qualcosa che avviene grazie all’aderenza al contesto (la fotografia della stessa regista e Pierre Mazoyer deve qualcosa alla lezione fotogenica di Hélène Louvart) così come all’adesione intima al corpo vivo di quel “protagonista corale” che è il gruppo di liceali. Tutti non professionisti che rimettono in scena delle ipotesi di se stessi come nel miglior cinema del reale, esplorando ragioni e sentimenti, paura e desiderio dell’adolescenza che stanno vivendo di fronte ai nostri occhi.

Dominato da una regia fluttuante e immersiva, con inquadrature ampie che accolgono il gruppo senza abbandonare i singoli e non rinunciano a sondare il sottosuolo per calarsi nel profondo di un mondo fossilizzato eppure vivissimo, La Gradiva è un’epifania che sconquassa fino alla commozione, mettendosi all’altezza dei suoi personaggi, non solo i giovanissimi (dall’imperscrutabile Toni che riscopre le radici e la violenza di classe a Suzanne che cerca di emanciparsi attraverso l’arte) ma anche gli adulti (c’è uno struggente primo piano della professoressa nel pullman tra le vie di Napoli).

Travolgente e affascinante, sensuale e mai moralista, misterioso e – grazie al cielo – mai didascalico né informativo, intercetta il quotidiano e ne fa mitologia, costruisce l’autenticità (il lessico è preciso e credibile) evitando di compiacersene, interroga il futuro e non rinuncia a cogliere il disincanto che devasta i ragazzi. Film esplosivo e titanico nel suo romanticismo che cresce fino a rivelarsi disperato, dedicato “a tutti coloro che vengono da un altrove”.