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Quanto è ondivago Fatih Akin, capace di passare dall’Orso d’Oro La sposa turca (2004) alla commedia culinaria Soul Kitchen (2009) e al true crime Il mostro di St. Pauli (2019) – non contempliamo qui i risultati peggiori, ché siamo buoni. Nondimeno, quanto Akin è Akin.
Non affatto disprezzabile il suo ultimo lavoro, Ghost Song: già apertura di San Sebastain e ora in cartellone alla Festa del Cinema di Roma, associa romance e supernatural, solleticando se non soddisfacendo gli appetiti emotivi e sentimentali del pubblico, e segnatamente lo young-adult.
Nell’abituale scenario della nativa Amburgo, il regista e sceneggiatore tedesco-turco inquadra la storia di Farasha (l’esordiente, vocata Mariam Dawoud), che immigrata siriana con quattro sorelle si reca sulla tomba del padre alla vigilia della festa per la Maturità: lì incontrerà Faris (Eren M. Güvercin), ragazzo per metà turco, e sarà il classico colpo di fulmine corroborato da affinità elettive e vieppiù fattive, dalla quasi omonimia all’indirizzo scientifico dei prossimi studi. Eppure, la serata non è destinata a consumarsi per il meglio: Faris l’indomani si sveglia in ospedale, Farasha è addirittura defunta, ovvero un fantasma. Il padre l’informa che potrà ritrovare in sogno l’amato per i successivi quaranta giorni, sicché la “relazione a distanza”, come ironicamente l’appella Faris, può iniziare.
Girato a colori ma ammannito su schermo in bianco e nero, eccetto per alcuni cartelli, Ghost Song gode del sodalizio, della chimica di Dawoud e Güvercin, che indulgono in una tensione generazionale e sensuale apprezzabile.
“A corredo”, la fotografia di Frank Griebe esalta in formato widescreen l’evidenza metropolitana di Amburgo, soprattutto in notturna, e non stupisce che il film abbia partorito un fumetto: la codifica stilistica di Akin è precisa e avvertita come la liaison che ritrae, e in cui per l’ennesima volta può declinare la questione etnica, l’intreccio multiculturale in Germania a lui così cari.
Nulla di sensazionale, qualcosa di sensibile, Patrick Swayze non abita qui, e nemmeno Demi Moore, e sovente passiamo la lingua sul dentino temendo la carie per eccesso di zuccheri sovrannaturali, ma La sposa turca ci piacque e, giovanissimi, ci innamorammo della protagonista, Christiane Paul, del quasi notevole Im Juli (2000). Per questo Akin si becca mezza stella in più: tre. Prego, Fatih.



