Difficile possa esistere qualcosa di più giapponese di Nagi Notes, eppure il primo dei tre nipponici in concorso al Festival di Cannes non convince fino in fondo.
Kōji Fukada, autore della generazione successiva a Hirokazu Kore’eda e Ryūsuke Hamaguchi (gli altri due connazionali a contendersi la Palma), torna a cimentarsi con le dinamiche di ordine e rottura che hanno caratterizzato il suo percorso fin dai tempi di Harmonium, presentato proprio qui dieci anni fa nella sezione Un Certain Regard. Preferisce stavolta un approccio più rarefatto, meno apertamente traumatico, che se da un lato asseconda una certa idea di estetica giapponese, dall’altro rischia di essere percepito di maniera.

Il soggetto è un adattamento di Tokyo Notes, un testo teatrale di Oriza Hirata della compagnia Seinendan con cui Fukada ha lavorato. La scena però si sposta in un villaggio di montagna, Nagi, raggiunto da un’architetta divorziata, Yuri, per far visita all’ex cognata Yoriko, una scultrice che vive ormai appartata, segnata da un amore passato che non riesce del tutto a elaborare. Quello che doveva essere un soggiorno breve diventa un’esperienza del tempo sospeso, in cui incontri, ricordi e confessioni segneranno la vacanza di Yuri facendole maturare una svolta di vita.

Molto bello il rapporto tra Yoriko e Yuri su cui Fukada costruisce il film: ex cognate, amiche, forse qualcosa di più, rappresentano in effetti due ritratti di donna molto moderni senza essere modaioli. Non definiti. Una qualità che si estende all’intero piano dell’opera, nel rifiuto del giudizio e della psicologia, nelle relazioni che si instaurano tra gli altri personaggi, nelle decisioni che tornano indietro, senza però che di questa indeterminazione si sappia veramente che farsene, noi che assistiamo e loro che sono in scena.

Fukada forza un po’ la mano quando si affida a un apparato meta-riflessivo troppo insistito. La scultura, l’architettura, il disegno, la camera oscura, sono dispositivi ridondanti che il film utilizza per sottolineare il bisogno di reinquadrare il mondo secondo prospettive diverse.

L’atto del vedere si carica così di un’intenzionalità che disturba la rarefazione e quel senso attesa che la messa in scena prefigurerebbe, mandando in cortocircuito la coerenza del film. L’idea che il modello – che si tratti di una persona, di un uccello, di un luogo – non sia mai soltanto guardato, ma trattenuto, ricostruito, forse desiderato, non è nuova (Fukada ha dichiarato di essersi ispirato a La bella scontrosa di Jacques Rivette) e genera più paradossi di quanti ne risolva. 

Abbastanza banale poi il discorso sull’arte che non appartiene al mercato ma all’intima dell’artista (il personaggio di Yoriko, che non espone e non vende), mentre ci pare più centrato l’accento sulla memoria come materia plastica, visiva, dei ricordi che affiorano nel lavoro delle mani, nelle ore di posa, nell’osservazione dei volti. Come a dire che il passato è sempre una forma di lavoro sul presente.

L’ambientazione rurale, la campitura del quadro, la luce, evocano uno spazio idilliaco, un eden perduto, ma anche qui le apparenze ingannano. Nagi è attraversata da tracce contraddittorie, come la natura, la vita quotidiana, l’arte contemporanea, la presenza di una base militare, il silenzio e l’immancabile bollettino quotidiano della radio (a cui si aggiungono, in sottofondo, le notizie alla tv della guerra in Ucraina). Tutto serve ad evocare un equilibrio fragile, che coinvolge vincoli familiari e ruoli codificati. Da questo punto di vista la relazione tra i due ragazzi, Haruki e Keita, serve a spostare l’ottica sui desideri più fragili, sul tema dell’orientamento sessuale e sul tradizionalismo giapponese, ma senza mai forzare troppo, lavorando sempre per sottrazione.

Ne viene fuori un film più rohmeriano che rivettiano, minimalista, calmo, gentilmente dissonante.
Un melodramma compassato sulla difficoltà di dare un nome alle cose, alle relazioni. La cui delicatezza viene assorbita dall’eccesso di controllo e la sensibilità dissimulata in una forma rigida e disincarnata.