Il 12 maggio le luci del Grand Théâtre Lumière si sono accese per celebrare un regista di notevole spicco, foriero di nuovi immaginari. Peter Jackson ha ricevuto la Palma d’oro d’onore alla carriera dalle mani di Elija Wood, durante la serata di apertura del 79° Festival di Cannes. È un riconoscimento che lo pone nell'Olimpo dei grandi, succedendo a Robert De Niro, Meryl Streep e Jodie Foster. Ma per il cineasta neozelandese, questo non è solo un premio, è il coronamento di un viaggio iniziato proprio su queste sponde quasi quarant'anni fa. “Non sono un ragazzo da Palma d’oro, mi commuove ricevere questo premio. Cannes mi ha cambiato la vita, il percorso della saga di Il signore degli anelli è partito proprio da qui”, ha spiegato.

Era il 1988 quando il giovane Jackson era al Marché du Film con Fuori di testa in cerca di fortuna: “Non potevo credere di fare finalmente sul serio, di essere arrivato nel centro del cinema mondiale. Avere il badge era come ricevere il biglietto d’oro da Willy Wonka. Ero emozionato, ma sono arrivato sul tappeto rosso con i pantaloncini corti. E la sicurezza mi ha mandato via. Quando ho iniziato con Fuori di testa, ai festival non c’erano molti film di genere. Oggi sono giustamente ovunque. Sono un’ottima palestra per tutti coloro che vogliono sviluppare una propria voce. Consiglio specialmente l’horror, perché rappresenta la linea di demarcazione tra ciò che vediamo e ciò che si nasconde”.

Ma è la data del 13 maggio 2001 a restare scolpita nella kermesse: quel giorno Jackson presentò alla stampa 26 minuti inediti di Il signore degli anelli - La compagnia dell’anello. In un’epoca in cui l’adattamento di Tolkien era considerato impossibile, quelle poche sequenze ancora in fase di montaggio trasformarono lo scetticismo della Croisette in un entusiasmo travolgente. Fu l’inizio del trionfo di una saga capace di incassare 3 miliardi di dollari e conquistare 17 premi Oscar. “Penso sia il lavoro della mia vita. È quello che ha avuto più successo commerciale. Non lo vedo da un paio di decenni, ma alla gente continua a piacere. Non mi immaginavo che avrebbe avuto questo successo. Ho capito che per Il signore degli anelli dovevamo fondare qualcosa di nuovo, senza aver paura di spingerci oltre il limite. È stato impressionante. Abbiamo girato con tecnologie all’avanguardia, per quasi un anno consecutivo. Ci facevamo forza a vicenda, nessuno aveva esperienza per un’impresa simile. Mi svegliavo al mattino alle sette, a casa mia. Mentre guidavo verso il set, mi domandavo che cosa avrei fatto quel giorno. Tutti mi guardavano come se fossi un leader. Io facevo finta di sapere ogni cosa, ma avevo un disperato bisogno di sostegno. Al centro c’erano Tolkien e la sua opera: tre libri e quindi una trilogia”.

La carriera di Jackson è una testimonianza di audacia tecnologica e visione poetica. Dalle radici splatter del cinema neozelandese (Splatters – Gli schizzacervelli) alla sensibilità di Creature del cielo, Jackson ha sempre navigato tra l’ambizione del kolossal e la cura del dettaglio. La sua trilogia tolkieniana ha cambiato per sempre il volto di Hollywood. È stata una sfida logistica monumentale, con 274 giorni di riprese simultanee, 20mila comparse e la nascita della Wētā FX, che ha reso onnipresente l’universo fantasy nella cultura pop contemporanea. Alcune cose sono però cambiate, come l’uso dell’Intelligenza Artificiale: “Nel nostro caso si parlava di motion capture, ma dietro al computer c’era l’essere umano. Adesso l’Intelligenza Artificiale elimina questa componente. Un po’ mi spaventa, serve una giusta regolamentazione”.

Oltre la Terra di Mezzo, Jackson ha continuato a esplorare nuove frontiere, dal remake di King Kong alla trilogia di Lo Hobbit, fino alle recenti e imponenti fatiche documentaristiche come They Shall Not Grow Old e l’acclamata serie The Beatles: Get Back. In quest'ultima, il regista ha curiosamente chiuso un cerchio. Gli stessi Beatles che, decenni fa, si erano visti rifiutare da Tolkien il permesso di adattare Il signore degli anelli, sono stati riportati in vita proprio dal loro più grande fan. “King Kong per me è stato uno spartiacque. Sono cresciuto negli anni Sessanta, a casa avevamo la televisione. I film mi permettevano di fuggire dalla realtà. Avevo nove anni, in Nuova Zelanda, e il venerdì sera avevano trasmesso in chiaro King Kong. Mi ha cambiato la vita, ho capito che sarei diventato un regista”.

Sui progetti futuri: “Nel 2027 arriverà Lord of the Rings: The Hunt for Gollum. Avrei potuto dirigerlo, ma Andy Serkis mi sembrava più adatto. Gli ho dato massima libertà. Il racconto sarà meno spettacolare e più incentrato sulla psicologia di Gollum. Intanto sto scrivendo. Mi sto concentrando su un adattamento legato al personaggio di Tintin. Sarà molto diverso da quello di Steven Spielberg”.

Oggi, venticinque anni dopo quel primo sguardo su Frodo e compagni, Jackson è tornato a Cannes non per guardare indietro, ma per essere celebrato come un narratore imprevedibile che, citando Thierry Frémaux, ha creato un "prima e un dopo Peter Jackson".