A un certo punto di Dangerous Animals, mentre lo sguardo indugia (per l’ennesima volta) sul terrore mutuo di una ragazza in bikini e di uno squalo affamato, viene da pensare: “Forse siamo noi i veri pesci”. Un pensiero da sabbia calda, cervello sciolto e gin tonic lungo, ma abbastanza sensato per sintetizzare un film che vorrebbe dirci qualcosa sul rapporto uomo-natura, predatore e preda, trauma e vendetta... e invece dice solo “boo!”, con l’entusiasmo appiccicoso di un animatore da villaggio turistico.

Sean Byrne, già autore degli amati The Loved Ones e Devil’s Candy, prova qui a fare il salto mortale con doppio avvitamento: ibridare il sharksploitation con il serial killer movie e incollarci sopra uno strato sottile e francamente coatto di voyeurismo esistenziale, alla Peeping Tom (senza la sottigliezza, senza la pietà, senza nemmeno la consapevolezza di essere al limite del compiacimento). Ma il risultato è un polpettone che sa di mare, ma anche di vecchio.

Sotto sotto, qualcosa si intravede. L’intenzione – nobilitare lo squalo, toglierlo dal bancone dei mostri per restituirgli un’aura quasi mistica – sarebbe apprezzabile. L’idea che la ferocia appartenga alla specie umana, che il predatore stia in piedi, respira ossigeno e fa selfie. Peccato che a incarnare questa redenzione sia Tucker, barcaiolo sociopatico che sacrifica turiste mezze nude ai pesci per sentirsi, boh, compreso? Sublimato? Il nuovo Cousteau dell’orrore?

E che questo pensiero resti abbozzato, affogato in mezzo a secchiate di sangue finto e monologhi svuotati da qualsiasi reale tensione. In un film in cui gli arpioni contano più dei personaggi, anche l’idea più interessante finisce per diventare un adesivo sbiadito.

Hassie Harrison in Dangerous Animals
Hassie Harrison in Dangerous Animals

Hassie Harrison in Dangerous Animals

Il film si muove con l’agilità di un caicco arrugginito: trama esile, psicologie stropicciate, flashback traumatologici liofilizzati. Jai Courtney fa il suo meglio nel ruolo del villain burbero e un po’ unto, ma finisce a metà strada tra un Russell Crowe a dieta inversa e un cosplay involontario di Bluto di Popeye. La final girl Zephyr (Hassie Harrison), vagamente scritta, vagamente traumatizzata, fa quello che può: corre, lotta, ama, sopravvive. Eppure non basta. I colpi di scena sono telefonati, i dialoghi sembrano scritti sotto effetto di Red Bull e trauma infantile, e la tensione affoga regolarmente sotto una patina da straight-to-streaming.

Certo, ci sono anche delle buone notizie: la colonna sonora di Michael Yezerski ruggisce, il sound design di David White artiglia, e qualche momento di tensione funziona. Le riprese in mare aperto, girate davvero su una barca (e si sente: tremano, ansimano, sudano), regalano un certo senso di claustrofobia e smarrimento. Ma non è abbastanza per salvare un film che, proprio come il suo protagonista, non riesce mai davvero a decidere se vuole essere bestia o uomo, film d’autore o guilty pleasure. Nel dubbio, finisce per essere né l’uno né l’altro: solo una macedonia di film horror, condita con VHS vintage e moralismo marino.

Alla fine, Dangerous Animals vorrebbe morderci il cuore. Ma con tutti quei denti, riesce solo a rosicchiarci la pazienza.