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Closure (2026)
Il 27 maggio 2023, il sedicenne Krzysztof Dymiński scompare a Varsavia. Le ultime immagini lo riprendono sul ponte Gdański, sopra la Vistola. Una telecamera di sorveglianza lo inquadra, poi si sposta, quindi torna al punto di prima. Il ragazzo ora non c'è più. Venti secondi in tutto, in cui si consuma un mistero destinato a sconvolgere una famiglia. Il padre, Daniel, è convinto che il figlio possa essere finito nel fiume e comincia a cercarlo, scandagliando le acque, esplorando le rive, seguendo le correnti. Una ricerca che si protrae per mesi, per anni. E diventa l'ossessione raccontata da Closure, il documentario del polacco Michał Marczak, già autore di All These Sleepless Nights, premiato al Sundance nel 2016.
Daniel non si dà pace. Continua a cercare perché fermarsi significherebbe “fare un torto a Chris”. Come perderlo una seconda volta. La barca rimane incagliata tra i rami. La famiglia pure. La moglie Agnieszka aspetta il ritorno del figlio per i suoi 18 anni; il padre di Daniel osserva impotente, gli altri figli restano sullo sfondo, gli amici fanno quello che possono. Il fiume ha finito per inghiottire anche chi è rimasto.
La psicologa Pauline Boss ha definito perdita ambigua (ambiguous loss) la condizione in cui una persona è fisicamente assente ma psicologicamente presente. È una perdita priva di conferme, un lutto che non si compie. Daniel non può accettare la morte del figlio perché non ne ha la certezza, ma non nemmeno può vivere nella speranza. E poi, anche se riuscisse a ritrovarne il corpo, si metterebbe davvero il cuore in pace? Comprenderebbe le ragioni di quanto è avvenuto?
La pacificazione emotiva a cui il titolo allude è impossibile. E da racconto di una tragedia familiare, Closure si apre così a una dimensione quasi metafisica. Il documentario di Marczak riflette sull’ineffabilità del Male e, specularmente, sui limiti della conoscenza, sull'illusione che tutto possa essere visto, dunque compreso.


Closure (2026)
Non c’è strumento d’indagine che Daniel non mobiliti. Telecamere di sorveglianza, droni, GPS, dispositivi subacquei, visori. La tecnologia moltiplica i punti di osservazione, raggiunge luoghi inaccessibili all'occhio umano, restituisce immagini sempre più dettagliate. E Marczak incorpora questi diversi strumenti di osservazione nel linguaggio stesso del film, alternando la ripresa cinematografica alle immagini prodotte dalle macchine, la visione panoramica dall'alto all'esplorazione ravvicinata dei fondali. Mutando di continuo regime visivo.
Eppure, più vediamo, più è evidente che non sappiamo.
Da un lato la crisi dello sguardo, dall’altro la presenza maestosa e ambigua della natura. La Vistola con il suo corso d’acqua e le sue rive immerse nella luce offre scorci di folgorante bellezza. Sotto la quale però si nasconde un’altra realtà, fatta di acqua torbida, limacciosa, fangosa, popolata di detriti e rami sommersi.
Duplice è anche Closure, un documentario girato come un thriller investigativo. Indizi, false piste, una tensione alimentata da un paesaggio visivo e sonoro inquietante, nel quale i rumori dell'acqua e della natura si intrecciano a una partitura musicale dai timbri gravi. Tutto concorre a costruire un senso di minaccia.


Closure (2026)
Scelta stilistica che comporta anche qualche rischio. Marczak non sempre riesce a sottrarsi alla tentazione di enfatizzare il dolore, e almeno in una scena, quando riprende insistentemente di spalle un padre che ha appena appreso del ritrovamento del corpo della figlia, indugia un po’ troppo nella spettacolarizzazione del dolore.
Anche così, resta un lavoro di notevole forza espressiva e sensibilità, che non ci sorprenderebbe ritrovare da protagonista nell’imminente stagione dei premi. Angosciante ma non disperato, compie accanto a questo padre un’umanissima parabola di sopravvivenza, se non di rinascita. L'amore ritroverà una possibilità di sopravvivenza nell'aiuto reciproco. E il canto degli uccelli, nel finale delicato, restituirà a uomini persi la voce di una natura non più indifferente. E forse di altro ancora.



