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Ammiro David Rooney. Anche quando non sono d’accordo con lui. E per quanto lo capisca quando considera populista il cinema di Peter Farrelly, mi è difficile non commuovermi se vedo Rocky Balboa, alias Sylvester Stallone, alias Anthony Ippolito, l'attore che superbamente lo interpreta in I Play Rocky, salire di corsa la scalinata del Philadelphia Museum of Art sulle note di Gonna Fly Now di Bill Conti. Il ralenti, il frame freezato, lui inquadrato di schiena mentre alza le braccia verso Philly, Filadelfia, la città degli underdog d’America, bruised and battered, “piena di lividi e malconcia”, così cantava il Boss. Che pensasse a Rocky Balboa anche lui?
In fondo Rooney mi perdonerà se attribuirò la riuscita del film di Farrelly alla sua coloritura sentimentale. Ai brividi che sentiamo ancora nel risalire insieme a lui, proprio come fece Garrett Brown, l'inventore della Steadycam, seguendo Stallone con la macchina da presa lungo la scalinata più iconica della storia del cinema, seconda nemmeno a quella famigerata della Corazzata Potemkin (di Ėjzenštejn, non di fantozziana memoria).


Non sarà forse quella «cosa» di cui John G. Avildsen parla a uno Stallone perplesso? Quell'elemento misterioso e indefinibile che distingue un buon film da un grande film? Quel momento di verità bruciante, in cui la finzione sembra staccarsi infine da sé stessa e toccare la vita? Su quella scalinata avvertiamo che «quella cosa» è lì. Si compie prima ancora della sua conclusione. Non importa sapere come finirà l'incontro con Apollo Creed. Rocky ha già vinto.
Se è diventato immortale è perché ha saputo regalare a tutti noi un pezzo del sogno di un ragazzo italoamericano della metà degli anni Settanta. Si chiamava Sylvester Stallone ma si faceva chiamare Mike perché era più facile da pronunciare. Fisicato, mascella di pietra e fonetica dura e tonda, altra cosa quella calda di Ferruccio Amendola, la voce italiana. Povero in canna ma ricco di attributi, sognava di fare l’attore. All’inizio però le uniche parti che gli vengono offerte sono di nudo in pellicole softcore. Erano gli anni Settanta, era iniziata l’era del porno. Hollywood invece si guardava allo specchio e si riscopriva vecchia a gracile, superata da nuovi prototipi che prototipi non erano, ma autori. Coppola, Spielberg, Lucas, De Palma e Scorsese. È in questo scenario in fermento che ritroviamo un giovanissimo Sly sbarcare il lunario come può, coltivando il sogno che sa, fare l’attore.
L’'impresa non fu facile. Alleati un trovatello per cane e una moglie dattilografa che batte a macchina sceneggiature che lui scriveva per sé. Contro, il resto del mondo. A cominciare dal padre barbiere che ne mortificava le velleità perché il primo a non avercela fatta era stato lui, costretto dalle responsabilità familiari a sentire il vecchio. Colpevolezza e senso d’inadeguatezza, la miscela è tossica ma non nuova. E via di resistenze, le più ostiche quelle dell'industria cinematografica. La United Artists avrebbe preferito affidare il ruolo di Rocky a una star affermata. Un Eastwood o un Ryan O’Neal. E poi un film sulla boxe, per carità. Non tiravano più come una volta.


E allora? Allora succede che Stallone non rinuncia. Cocciuto, testardo, arriva a respingere un’offerta di 360 mila dollari per dare via la sua sceneggiatura e togliersi dai piedi. Ma ecco il fattore sentimentale. Quella sceneggiatura era la sua storia, il suo riscatto, l’occasione di dimostrare finalmente qualcosa a qualcuno, per primo a sé stesso. E Farrelly, il populista, fa proprio di questa ostinazione il motore del racconto, trasformando la lavorazione di Rocky in un'avventura cinematografica a sua volta degna di essere raccontata. Tra diffidenze dei produttori, ristrettezze economiche, problemi sindacali e soluzioni tecniche escogitate sul momento, il dietro le quinte assume i contorni di un'epopea.
Non manca il ritratto urbano, l'America e New York e Philly, nervose e sporche, attraversate da solitudini e ambizioni. Figlie dei fertili anni Settanta. Che stagione fu quella per il cinema americano e i suoi generi. Aleggia il nome di un altro grande italoamericano, Martin Scorsese, nume tutelare della Hollywood che cambia. Proprio Irwin Winkler e Robert Chartoff, i produttori di Rocky, stavano realizzando allora il suo New York, New York, il musical con Robert De Niro e Liza Minnelli che provava a spazzare via lo splendore artificiale della vecchia Hollywood con le inquietudini del cinema moderno. Altre storie.
Farrelly non è certo un filologo. Non gli interessa. Segue i primi passi di Stallone, la precarietà, le audizioni fallite e quelle falliche, i lavori occasionali, prima addetto in un cinema, poi parcheggiatore. Quel corpo. Nessuno avrebbe immaginato potesse essere uno scrittore, un artista. È da questi scarti che la fabbrica dei sogni si è alimentata però rinnovando le sue promesse.
Meno convincente il rapporto con Sasha Czack, la futura moglie (AnnaSophia Robb). La grande donna dietro il grande uomo, che il film però si dimentica dietro e basta, relegandola al ruolo di stampella affettiva. Più interessante, ma ugualmente abbozzato, il rapporto con il padre Frank Stallone Sr., interpretato da Matt Dillon. Il primo uomo che non ha creduto in Sly.
Dunque sì, ci sono zone in cui I Play Rocky avrebbe potuto e dovuto scavare più a fondo. Ma Farrelly preferisce il passo spedito della commedia. Il suo è un cinema diretto, di cuore, semplice. Ma sa raccontare, con leggerezza e sufficiente affabulazione, una storia di fatica, dolore e riscatto senza trasformarla in un mattone.
Nel farlo si porta dietro anche un bel pezzo di storia del cinema americano. Portandoci dentro la stanza dei bottoni, dove i sogni a volte non si schiantano contro il pragmatismo dei grandi affaristi di Hollywood. Sul set la vita, dietro le scrivanie istinto di conservazione e scarsa propensione al rischio. Nulla che non si sia vissuto di nuovo. Ieri erano gli studios, oggi le piattaforme. Cambiano i protagonisti, non la voglia d'usato sicuro. Mancano produttori coraggiosi come Winkler e Chartoff, che finirono per ipotecare le proprie case pur di sostenere un film nel quale credevano.


E qui veniamo al vero nocciolo dell’operazione. I Play Rocky non è un remake. Ma non è nemmeno un film sulla lavorazione di un altro film. Nasce da un presupposto che il nuovo padrone del vapore, l’algoritmo, direbbe sbagliato. È una storia di cui sappiamo già tutto. Sappiamo che Stallone otterrà la parte, che Rocky diventerà un successo strepitoso, che quella corsa sulla scalinata entrerà nel mito. Sappiamo che la musica di Bill Conti, che pure Winkler giudica all’inizio troppo pomposa, quasi una marcetta da generale, diventerà una delle melodie più canticchiate di sempre. Conosciamo tutto o quasi di quel dannato pugile. Non c'è una sola sorpresa. E allora perché ci interessa?
Perché non avevamo visto ancora nulla. L’intelligenza del film sta nel farci vedere tutto come fosse la prima volta. I Play Rocky non suona Rocky una seconda volta, ma di nuovo. Sottraendolo all'usura delle immagini. Farrelly ha realizzato, in un certo senso, un film originale su un film già visto. È come vedere cosa facevano le immagini prima di diventare iconiche. Tutte quelle riprese “buona la prima” che Alvidsen impone a uno Stallone sconcertato, vanno comprese per quello che sono: vita. E la vita non ha mai una seconda ripresa. Se ce l’ha, come nell’intensa scena del monologo alla porta, è perché deve trionfare di nuovo sull’artificio. Oggi diremmo sull’artificiale. Ecco perché, cinquant'anni dopo, sentiamo ancora il battito di Rocky. Non è l’indulgere alla nostalgia (Non che il populista in regia non speculi sul rimpianto per una Hollywood perduta).
Farrelly non rifà Rocky, ci restituisce l'emozione di vederlo di nuovo per la prima volta. Il film ci ricorda che esiste sempre un punto di vista nuovo sulle cose che crediamo di conoscere. Che persino le immagini più familiari possono tornare a sorprenderci. E ad avere una vibrazione dentro. Che quella storia non appartiene più solo a Stallone, è diventata parte di tutti noi. Noi che risaliamo su quella scalinata. Noi che ci riscopriamo Rocky. We Play Rocky.



