C’è il detective privato perennemente senza clienti e senza denaro, con più intuito che incompetenza. C’è la segretaria impertinente e materna che prova a mantenere in piedi l’attività. C’è la femme fatale che ammalia tutti (anche le donne) e dice sempre qualche bugia. C’è il giornalista alla disperata ricerca di uno scoop ma soprattutto della verità. C’è il sindaco potenzialmente corrotto che proclama di volere solo il bene della sua città. C’è il villain boss del crimine, temuto e conosciuto da tutti. C’è una New York scintillante e ricolma di possibilità, ma allo stesso tempo oscura e piena di pericoli. Ci sono i club notturni con esibizioni e privé, c’è il fumo negli occhi e tra i vicoli.

Non vi stiamo descrivendo un hard boiled classico, anche se così sembra, perché c’è un elemento aggiuntivo nella nuova serie Prime Video Spider-Noir: l’investigatore in questione è (anzi, era) l’arrampicamuri di quartiere di un altro mondo (come quello animato di Spider-Man: Un nuovo universo, ma in versione live action col volto e il corpo di Nicolas Cage). Se “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, far finta di non averli ce le toglie di torno?

È questo che ha fatto il protagonista da quando cinque anni prima ha perso l’amore della propria vita, Ruby (altro elemento tipico del genere), appendendo la maschera al chiodo, tenendo un profilo basso e vivendo alla giornata. Il “senso di ragno” (il suo proverbiale sesto senso) però è rimasto e si riaccende proprio quando fa capolino un nuovo caso che coinvolge il villain Silvermane (un monumentale ed inedito Brendan Gleeson che lavora di sottrazione) e alcuni misteriosi mutanti (come Jack Huston che strizza l’occhio al menomato Richard Harrow di Boardwalk Empire): che sia la volta buona per tornare ad indossare il costume e risvegliare il supereroe che è in lui?

Di questo parla Spider-Noir: la città che non dorme mai – raramente così affascinante in tv – è rimasta senza eroi a vegliare su di essa. Ma cosa rende tale un paladino della giustizia? A cosa deve rinunciare e cosa è costretto a sacrificare in nome del bene comune? Forse i veri “super” sono coloro che non vorrebbero essere una guida e un riferimento per nessuno, preferendo fare del bene nell’ombra.

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Nicolas Cage (Ben Reilly/Spiderman) in SPIDER-NOIR Photo: Aaron Epstein/Prime © Amazon Content Services LLC (Aaron Epstein/Prime)

Tra Chinatown, Il grande sonno e altri classici, mescolati con quell’autoironia che ha reso Chi ha incastrato Roger Rabbit? un cult, la serie riesce a muoversi abilmente tra autorialità e identità pop. “A metà strada tra Humphrey Bogart e Bugs Bunny”, Nicolas Cage tiene benissimo la scena e riesce ad unire la svolta di genere profondamente apprezzata della propria carriera, al pallino per i comics americani.

La messa in scena è la ciliegina sulla torta: è tutto talmente perfetto da risultare finto a volte, ma si tratta di un omaggio registico, fotografico, musicale e scenografico al noir volutamente puntuale e genuino. Il fatto di poter scegliere tra bianco e nero e a colori durante la visione non diventa un mero esercizio di stile che unisca il fascino analogico alle risorse tecnologiche del digitale, bensì permette allo spettatore di viaggiare tra due epoche e due mondi: la Grande Depressione e la Grande Crisi Economica dei nostri tempi.

Nel frattempo il pubblico si può lasciar cullare dal fascino senza tempo del noir, che tra archetipi e personaggi tipo riesce a parlare di elaborazione del lutto, paura storica di ciò che verrà e patriottismo americano grazie al trait d’union perfetto col superomismo dei fumetti. Se questa serie non esistesse, qualcuno avrebbe dovuto inventarla. Meno male che ci hanno pensato Oren Uziel, Steve Lightfoot, Phil Lord e Christopher Miller.