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Peter Claffey in A Knight of the Seven Kingdoms. @Webphoto
“Torniamo all’antico, sarà un progresso” scrisse un tempo Giuseppe Verdi.
Deve essere quello che ha pensato lo sceneggiatore Ira Parker (già membro del team produttivo di House of the Dragon), quando ha deciso di riportare il pubblico a Westeros quasi un secolo prima degli eventi narrati nel Trono di Spade, ossia nell’epoca in cui la strada del cavaliere errante Dunk (il futuro Ser Duncan l’Alto) si intreccia con quella del piccolo Egg (aspirante scudiero la cui vera identità è nota a chiunque conosca almeno un po’ le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco). Alle loro avventure George R. R. Martin ha dedicato tre racconti (The Hedge Knight, 1998, The Sworn Sword, 2003, e The Mystery Knight, 2010), fornendo quindi materiale per altrettante stagioni di A Knight of the Seven Kingdoms, serie volutamente strutturata per essere più breve, agile e meno impegnativa rispetto alle precedenti: appena sei episodi di mezzora l’uno per un unico arco narrativo (il torneo Ashford).
Tuttavia, considerando la pessima chiusura di Game of Thrones e il fatto che esiste già uno spin-off per i nostalgici di draghi, guerre e intrighi (di letto e politica), restava legittimo chiedersi: è possibile riportare in auge la dimensione corale e la variegata umanità di Westeros, rimanendo coerenti con il mondo di Martin, ma senza ricorrere a tutto ciò che è stato riversato in House of the Dragon e spendendo circa un quarto del budget? La risposta, a bocce ferme, è sì.
In un panorama seriale sempre più propenso a ragionare per stereotipi, frasi fatte e massimi sistemi, Parker (coadiuvato dallo stesso Martin) ci ricorda cosa significhi davvero scrivere dei personaggi la cui unicità non deriva da una qualche teorica aura di grandezza, bensì dall’essere autentici, fallibili e assolutamente credibili. Tolti draghi e prodigi, resta una sorta di medioevo alternativo, dove si intrecciano le vite dei popolani e i destini dei nobili, le lacrime e le risate, nuove amicizie e sfide mortali (in entrambi i casi, a farle scattare basta poco), infimo (sporcizia, liquami e funzioni corporali varie) e sublime (l’eterna lotta fra giustizia e prepotenza). Se un valoroso può avere così tanta paura da vomitare per l’ansia, anche la persona più umile e spaventata può trovare il coraggio di rischiare tutto.


A Knight of the Seven Kingdoms. @Webphoto
Lasciando ai margini le figure femminili, A Knight of the Seven Kingdoms si sviluppa sia come una storia di padri, figli e fratelli (di sangue e di elezione, putativi e imposti, virtuosi e inadeguati), sia come la strenua difesa di un’ideale cavalleresco, che può (r)esistere persino in un mondo impastato di sangue, fango e ingiustizia come quello di Martin. Al di là della consueta cura riservata al comparto visivo (scene, costumi e armature giustamente consunti), il ruolo cruciale lo gioca il casting, capace di restituire anche a livello fisico la psicologia dei vari caratteri, a partire dai protagonisti: l’ex rugbista irlandese Peter Claffey (il gigante buono Dunk) e lo straordinario attore bambino Dexter Sol Ansell, il cui Egg (tanto bisognoso di affetto quanto consapevole del proprio destino) ruba il cuore a tutti, prendendosi ogni volta la scena (e, si spera, qualche premio). Ma è difficile non rimanere colpiti anche dai britannici Daniel Ings (l’estroso e imprevedibile Lyonel Baratheon, detto “la Tempesta che ride”), Bertie Carvel (il carismatico principe ereditario Baelor Targaryen), Sam Spruell (suo fratello, l’ombroso Maekar Targaryen), Finn Bennett (il crudele Aerion, secondogenito di Maekar) e Danny Webb (l’eccentrico Ser Arlan di Pennytree, mentore di Dunk).
Trasformando il budget limitato e la dimensione quotidiana in escamotage narrativi, A Knight of the Seven Kingdoms dimostra come l’artigianato di alto livello possa tranquillamente coesistere con la serialità più blasonata e sfoderare pure episodi (il quarto e il quinto) in grado di competere ad armi pari. Il viaggio a Westeros continua.
