Jerry Schatzberg è un artista dalla personalità ricca e complessa. Prima di approdare al cinema è stato un acclamato fotografo di moda nonché autore di splendidi ritratti di personalità del mondo dello spettacolo: viatico alla regia ma pure, in qualche modo, elemento che ha segnato la sua diversità rispetto agli altri autori della cosiddetta "New Hollywood". A paragone di Coppola, De Palma o Forman, Schatzberg ha infatti qualcosa in più, una natura di intellettuale e artista a tutto tondo, e allo stesso tempo qualcosa in meno, il non essersi mai sentito fino in fondo parte di quel rinnovamento che durante gli anni Settanta ha cambiato il volto estetico e produttivo del cinema americano. Schatzberg è anche a suo modo un eccentrico. Immortala i divi ma non disdegna le foto di moda, firma uno straordinario ritratto di Fidel Castro ma poi parlando di cinema dice che "non bisogna fare un film apertamente politico per essere politici". A unire le varie anime, il cammino di avvicinamento alla gente e alla natura umana che è sempre stato alla base del lavoro di regista e fotografo. L'occasione per conoscere meglio questo artista, molto amato all'estero e particolarmente in Francia ma in definitiva non appieno apprezzato dai connazionali, la offre ora l'Alba International Film Festival che, in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema di Torino, gli rende omaggio nella sua doppia veste. Dal 31 marzo all'8 aprile si potranno ammirare molte delle foto scattate da Schatzberg nel corso della lunga carriera, esposte all'interno della Fondazione Ferrero di Alba e contemporaneamente sulla cancellata esterna della Mole Antonelliana di Torino, sede del Museo. Saranno inoltre mostrati tutti i film, riuniti in una retrospettiva curata da Leonardo Gandini e accompagnata da un prezioso volume. Di fronte ai ritratti in bianco e nero di Roman Polanski, Fidel Castro, Warren Beatty, Jimi Endrix, c'è da scommettere che in molti scopriranno di conoscere già gli scatti senza averli mai legati al nome di Schatzberg. Sono del resto immagini molto note, come quella celeberrima dei Rolling Stones fotografati in abiti femminili. E altrettanto importanti sono almeno un paio di suoi film: Panico a Needle Park e Lo spaventapasseri, entrambi premiati a Cannes. Titoli amati dalla generazione dei quaranta-cinquantenni, colpevolmente lasciati cadere nell'oblio. Un peccato, perché raccontano di un'America perdente, affogata nel mare della solitudine, segnata dalla ferita aperta e sanguinante della guerra del Vietnam. A Lo spaventapasseri poi il festival di Alba dedica una serata speciale, doveroso omaggio a un film che può essere letto come il manifesto della "Nuova Hollywood": non c'è lieto fine, i protagonisti sono antieori, la campagna primeggia sugli ambienti urbani, non vi si racconta di eventi eccezionali, gli attori sono quanto di più lontano da una star si possa immaginare. Ma sono Gene Hackman e Al Pacino, nel 1973 ben lontani dall'essere acclamati come divi internazionali. E ancora oggi, nei panni di Max e Lyon, restano un indimenticabile simbolo del valore dell'amicizia e della solidarietà.