UN INVERNO FREDDO FREDDO

ITALIA - 1996
UN INVERNO FREDDO FREDDO
In un popolare quartiere romano si intrecciano le storie di quattro donne che lavorano in un salone di bellezza. La proprietaria Guya deve pagare una forte somma entro la fine dell'anno per evitare la chiusura, le sue tre commesse Daniela, Monica e Rosanna vivono situazioni sentimentali contrastate. Dopo vari fallimenti Guya decide di rivolgersi ad un vecchio strozzino, disposto a pagare in cambio di favori della ragazza. Ma, all'improvviso, lo strozzino muore, e le tre commesse arrivano a salvare Guya.
  • Durata: 102'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Specifiche tecniche: SCOPE A COLORI
  • Produzione: TIME INTERNATIONAL FILMS, LIFE INTERNATIONAL
  • Distribuzione: LIFE INTERNATIONAL (1996) - COLUMBIA TRISTAR HOME VIDEO

NOTE

REVISIONE MINISTERO NOVEMBRE 1996

CRITICA

" 'Un invemo freddo freddo' mantiene i saggi propositi del regista-produttore, che ha la fortuna di intuire i gusti del pubblico e il merito di aver pensato un film per alcune ragazze in cerca di sistemazione affettiva. Difendendo, con le sciampiste, una categoria di gente normale che il cinema ha dimenticato in fretta. AI di là di alcune forzature e di qualche eccesso da fotoromanzo, il film restituisce la fatica del quotidiano, i dubbi, i rimorsi & rancori, le illusioni e le delusioni sparse in una via di Roma non folkloristica, fra Trastevere e San Lorenzo. Dove un salone di bellezza, molto ben fotografato da Maurizio Calvesi in una bella scenografia di Luciano Ricceri, ha il ruolo del bisogno indotto, démi chic dei finti ricchi dalla sauna facile. Sono brave, affiatate, misurate, giustamente sentimentali le attrici del gruppo: Cecilia Dazzi, Carlotta Natoli, Paola Tiziana Cruciani, al servizio della matta Frédérique Feder, innamorate o invaghite di Mastandrea (che spasima per la senatrice azzurra Francesca Reggiani), del gentil poeta Castria, del fallito Messeri, di un Garrone che fa il verso a Gassman; minacciate dal playboy faccendiere De Razza, umiliate dal vecchio strozzino Croccolo, nel finale che si lascia andare a melodrammi e folklorismi, come il cappuccino con schiuma. Un teatrino di caratteri che il neo regista, curioso di vita come i suoi sceneggiatori, i due Scarpelli padre e figlio, mixa e agita nel corso di un racconto scorrevole per cui si dovrà ancora spendere il termine del cine minimalismo ma corretto con la tradizione della commedia italiana. Su uno scenario sociale di aspirazioni piccolo borghesi, giocata al femminile, senza far la voce grossa. E con una morale un poco manichea: gli uomini, che mascalzoni!" (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 7 gennaio 1997)

"In un film che restituisce i sapori della commedia populista di trent'anni fa e nella quale si colgono i risultati di una certa ricerca sociologica sul campo, non mancano i passaggi deboli (l'inaugurazione del club 'azzurro' al Testaccio) né le cadute di gusto o le concessioni alla maniera. Ne esce, comunque, il rispecchiamento dell'Italia di oggi, di una società degradata, arruffona e arraffona e di un turpe sottobosco romano di tipo politico-affaristico. C'è, in compenso, qualche nota autentica e toccante, specialmente nei confronti tra le generazioni. E i dialoghi sono spesso verosimili, talvolta aguzzi. E una commedia corale dove contano gli attori soprattutto nel reparto femminile. Le nostre preferenze vanno alla Danila di Paola Tiziano Crociani, la meno giovane delle tre parrucchiere, e alla Monica della sensibile e intensa Carlotta Natoli. Tra i maschietti Marco Messeri colorisce anche troppo la macchietta del cantante toscano, mentre è infallibile, nella parte del galante e dolente avvocato, Riccardo Garrone con una prosopopea alla Gassman di cui potrebbe fare il gemello tanto gli somiglia". (Morando Morandini, 'Il giorno', 6 gennaio 1997)

"Benché non si faccia mancare le parti comiche, 'Un inverno freddo freddo' è soprattutto un film agro, traversato da una visione pessimistica del sociale, degradato, cinico e senza alcun rispetto umano, e dei destini individuali. Oppresse dalla irresistibile pesantezza del vivere, frustrate nel loro bisogno d'amore, le quattro donne non possono che rassegnarsi o rifugiarsi nei palliativi alla moda. Bene interpretato e ben dialogato, l'esordio di Cimpanelli dietro la macchina da presa evoca, nella struttura corale e nel retroterra sociologico, l'indimenticata commedia Populista alla Luciano Emmer: quella dell'Italia 'povera ma dignitosa' del dopoguerra. Però riambientata in una Italia odierna che, mentre ricomincia a temere la povertà, considera la dignità l'ultimo dei suoi problemi". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 12 gennaio 1997)

"A chi serve un film così? Sicuramente non al pubblico, che, nel migliore dei casi, viene 'anestetizzato' da una manciata di pseudo-sentimenti. Probabilmente neanche alle attrici, tutte mediamente brave ma tutte obbligate a 'recitare' dentro personaggi senz'anima né passione. Ma in fondo non serve nemmeno al distributore-produttore che ha voluto misurarsi con la regia (tra i titoli a suo merito con l'etichetta Life, 'Balla coi lupi' come distribuzione, l'esordio di Virzì con 'La bella vita' come produttore: sapeva fare il suo mestiere, perché ha voluto cambiare?). Ormai non è più questione di trovare il grado di sopportabilità del 'cinema carino', ma di recitare il mea culpa per tutte le volte che abbiamo scritto che il cinema italiano poteva rinascere a partire da un prodotto medio, ben scritto e ben recitato. Ecco gli effetti perversi di quelle (pie) speranze: il tanto decantato prodotto medio diventa un film finto e prevedibile; quel po' di furbizia e di impegno che si vedono ribadiscono con ostinazione la mancanza di qualsiasi idea di regia. E il cinema annega dentro prodotti che scambiano Trastevere per la Paramount degli anni Trenta e vorrebbero farci credere che un'idea mediocre può diventare una commedia sofisticata. Smorto". (Paolo Mereghetti, 'Sette', 23 gennaio 1997)
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