Nine

USA - 2009
2/5
Nine
Il celebre regista 40enne Guido Contini si ritrova nel bel mezzo di una crisi di mezz'età e alle prese con un serio blocco creativo. Per ritrovare lo stimolo alla creatività, Guido inizia a ripensare alle donne che ha amato nel corso della sua vita...
  • Durata: 120'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, MUSICALE
  • Specifiche tecniche: PANASONIC HVX-200
  • Tratto da: musical omonimo (1982) di Arthur L. Kopit (libretto) e Maury Yeston (musiche) ispirato al film "8 1/2" (1963) di Federico Fellini
  • Produzione: JOHN DELUCA, RYAN KAVANAUGHR, ROB MARSHALL, MARC PLATT, HARVEY WEINSTEIN PER LUCAMAR PRODUCTIONS, THE WEINSTEIN COMPANY, RELATIVITY MEDIA, MARC PLATT PRODUCTIONS
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION (2010) - DVD E BLU-RAY: 01 HOME ENTERTAINMENT (2010)
  • Data uscita 22 Gennaio 2010

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Che Rob Marshall metta le mani avanti ("Non è un remake di 8 ½, tutt'al più rifà il musical ispirato a quel film") è scontato, persino giusto. Quale regista vorrebbe essere giudicato col metro del capolavoro felliniano? Eppure di Nine - che ruba, sì è vero, il titolo al musical di Arthur L. Kopit, ma sembra avere più di un debito con l'opera del maestro riminese - nulla si può dire se non evocando anche il suo fantasma di celluloide. E non per sottolinearne lo scompenso estetico, l'asimmetria stilistica. Ma per tracciarne l'intenzione ideologica, l'ambizione, il limite e l'equivoco.
Se l'opera di Fellini era la mise en abyme del suo universo poetico - un film di Fellini sul modo in cui Fellini concepiva i film - e il musical di Broadway la versione folies bergere dell'onirismo felliniano, Nine di Marshall sta in mezzo e forse con nessuno dei due. La quinta teatrale, la performance coreutica ne costituiscono certamente il nucleo, ma il filo che tiene insieme i vari, non sempre riusciti, numeri musicali, proviene senza dubbio dal gomitolo drammaturgico di 8 ½. Già per il fatto di avere una storia che il musical di Broadway non aveva. E di presentare - oltre il decalco meramente nominale dei protagonisti (che si chiamano, come in Fellini, Guido, Carla, Luisa, etc...) e di alcune situazioni (la sequenza sulla spiaggia che vede i bambini accorrere da Saraghina ad esempio) - la medesima sostanza narrativa: raccontare, pur con modalità diverse, la crisi di un'artista incapace di ispirazione e dei compromessi - produttivi, culturali, personali - atti a realizzarla.
Per farlo Marshall non ha a disposizione però l'alter-ego perfetto, l'osmosi artistica e personale che caratterizzava il rapporto di Fellini con Marcello Mastroianni. Deve ricorrere perciò a un grande attore come Daniel Day-Lewis, bravo ma mai completamente assimilabile al demiurgo, come un metallo ostinato che mal si piega alla volontà del fabbro. Il Guido Contini di Day-Lewis non è quello di Marshall. La biforcazione è culturale, istintitiva. La sensibilità fanfarona e un pò frivola del regista cozza con l'intensità quasi tragica del personaggio/attore. Se era questa la scommessa - risolvere in musical le idiosincrasie poetico-esistenziali dell'autore - allora Marshall l'ha persa.
Lo fa esibendo uno sfarzo scenografico e recitativo (gran cast: da Penelope Cruz a Judi Dench, da Marion Cotillard a Nicole Kidman, più i vari camei italiani, come quelli della Loren e di Ricky Tognazzi) rintronante più che seducente. Azzeccando qualche numero - impressionante la performance alle corde della Cruz - ma travisandone la cornice - la dolce vita italiana tanta stigmatizzata da Fellini qui è ridicola cartolina, a uso e consumo del pubblico americano - peccando soprattutto di squilibrio. Il problema non è se il musical sia la migliore confezione possibile per il contenuto di 8 ½, quanto l'inversione di forma e sostanza: la storia pare costruita attorno ai suoi brani e balli, non vivecersa. L'approssimazione narrativa, persino la sua superficialità, è evidente.
Come lampante è il radicale ribaltamento dell'intenzione felliniana: se il Guido di 8 ½ soffre di un deficit ispirativo, perso nelle secche dell'immaginazione (riscattate dalla grandeur visionaria del maestro), quello di Nine pecca più che altro di bulimia creativa, riflessa puntualmente nel disordine affettivo dei troppi stimoli e delle tante amanti. Il suo problema non è ritrovare il seme della creazione ma dare a questa un ordine, assegnando un posto preciso, un senso, alle sue proliferanti avvisaglie. La guarigione (creativa, esistenziale) di Guido non avverrà finchè le sue energie non saranno catalizzate nel supremo schema normo-regolatore. Ad attestare la supremazia del sistema produttivo americano su ogni altro. La rivincita del copione sull'immaginazione. Che è sempre una posizione discutibile. Quando non addirittura sconcertante se affidata - come in questo caso - a una teoria deficitaria dell'uno e dell'altra.

NOTE

- CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2010 PER: MIGLIOR FILM, ATTORE PROTAGONISTA (DANIEL DAY-LEWIS) E ATTRICE PROTAGONISTA (MARION COTILLARD) NELLA CATEGORIA FILM MUSICALE O COMMEDIA, MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA (PENÉLOPE CRUZ) E CANZONE ORIGINALE ("CINEMA ITALIANO" DI MAURY WESTON).

- COREOGRAFIE: JOHN DELUCA, ROB MARSHALL.

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2010 PER: MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA (PENÉLOPE CRUZ), SCENOGRAFIA, COSTUMI E CANZONE ORIGINALE ("TAKE IT ALL" DI MAURY YESTON).

CRITICA

"Benché rispettoso della trama originale e affollato dagli stessi personaggi del capolavoro felliniano, premio Oscar nel 1963, più che un remake in musica, 'Nine', versione cinematografica di un fortunato spettacolo teatrale, è una sorta di tributo al cinema di Fellini, in cui si ritrovano anche echi di altri film, a cominciare proprio da 'La dolce vita'. (...) Magie del cinema, ma, come ricorda Sofia Loren, che nel film è la mamma di Guido, rivolgendosi al figlio: 'Il mondo vede Roma, come l'hai creata nei tuoi film'. La città che appare sullo sfondo di 'Nine' è una metropoli solare, elegante con i paparazzi che rincorrono le dive e l'ingenuità di un'epoca, evocata anche dalle canzoni: '24mila baci', 'Quando, quando, quando', 'La conversazione'." (Franco Montini, 'la Repubblica', 14 gennaio 2010)

"'Nine' doveva essere uno degli eventi cinematografici di fine 2009. Invece ha fatto subito flop, e a quel punto, cresciuto il panico, molte delle 1400 copie sono state ritirate dalla circolazione per puntare sui grandi centri urbani, dove ci si augura che almeno qualcuno conosca Fellini. «Be Italian», recita infatti con tono sensualmente imperativo una delle canzoni del film; ma non pare che gli americani, più propensi a riconoscersi nei guerrieri Na' vi del pianeta Pandora, abbiano dato ascolto al richiamo della 'Dolce vita'. Non che 'Nine' sia una robaccia, ma è noioso, anche se i soldi si vedono tutti, le star fanno il loro mestiere (cantano benino) e il musical è stato reinventato per lo schermo correttamente da Marshall, esperto del genere dopo 'Chicago'. (...) Un po' come succedeva in '8 ½', sta per cominciare un film costoso, ma non ha nemmeno una pagina di copione. Solo un titolo generico: 'Italia'. Così, mentre i giornalisti incalzano sospettosi e il produttore annusa la fregatura, il meditabondo e bugiardo genio si rintana in un albergo sul mare. (...) All'insegna di un erotismo colorato e fermo, 'Nine' gioca con una certa immagine - chic e incasinata allo stesso tempo - dell'Italia anni Sessanta come la vedono gli americani. Cardinali alle terme, fontane al chiaro di luna, canottiere, paparazzi e canzoni di Celentano. Non prova a essere né felliniano né fellinesque. Ma un po' americanata resta. Specie quando, nella canzone 'Cinema italiano' dà a Fellini del Neorealista." (Michele Anselmi, 'Il Riformista', 14 gennaio 2010)

"Per essere un film su Fellini, 'Nine' non è molto felliniano, il che potrebbe essere un complimento se solo fosse qualcos'altro. Per essere un musical sui nostri ruggenti anni 60, spider, occhiali da sole, eleganza, confusione, cardinali, e naturalmente Cinema, è avaro di grandi canzoni d'epoca (solo 'Ventiquattromila baci', 'Quando quando quando' e due gemme di Murolo che nessun italiano accosterebbe mai al genio riminese!). Per essere un film sulle donne e l'immaginario di Fellini, infine, è insieme un po' troppo esplicito - l'erotismo anni 60 era decisamente più sottile - e intriso di peccato. li peccato dei protestanti però , che è diverso dal nostro. Il Contini/Fellini di Daniel Day-Lewis si danna perché non trova l'ispirazione e per la goffaggine con cui tradisce Marion Cotillard con Penélope Cruz. Ma a parte qualche numero, come quello iniziale di Day-Lewis, il colloquio 'acquatico' col cardinale (un irriconoscibile, bravissimo Remo Remotti) e il confronto finale con la moglie, 'Nine' cerca invano un centro, artistico e musicale. Con veri tonfi, come quella Saraghina taglia 48. Bello il numero di Kate Hudson, che traduce il mito di Fellini in puro consumo. Era quella la chiave giusta. Ma ci voleva ben altro coraggio." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 22 gennaio 2010)

"Nine è un musical deprimente. Bella contraddizione! Come fa un musical hollywoodiano, impostato come adattamento contemporaneo di un genere classico, a tradire la sua prima funzione, ovvero quella di togliere peso alla penosa convivenza con il quotidiano e dispensare conforto e ottimismo a piene mani, come fossero rose rosse gettate da un cesto gigantesco? Anche per questo il film negli Stati Uniti è stato un colossale fiasco. La sorpresa è doppia, perché il regista è Rob Marshall, autore della premiata versione cinematografica di Chicago, altro musical storico, ambientato ai tempi del proibizionismo, tra omicidi, amori e tradimenti, questo sì liberatorio e definitivamente riuscito. 'Nine', invece, non riesce a tradurre in termini cinematografici l'ipotetica resa dell'originale musical dell'82, scritto da Arthur L. Kopit con musica e parole di Maury Yeston, che debuttò il 2 maggio al 46th Street Theatre ed ebbe 729 repliche. Ma forse è l'idea originaria ad essere bislacca: quella di fare un musical ispirato all''81/2' di Federico Fellini, tra i suoi film pi personali ma allo stesso tempo tra i più saccheggiati, imitati, citati, riportati, modellati, frutto di appropriazioni indebite, di licenziosi adattamenti in barba al segno magico di un immaginario impossibile da ripetere come quello di Fellini. '81/2' parte da una non-idea, da un non-film, un film che non riesce a essere fatto, e per ironia della sorte questo «non film» ha prodotto una caterva di film brutti e pretenziosi. Come si fa a immaginare un musical di impostazione classica sulla crisi esistenziale di un regista sognatore? Bisognava fare un musical esistenzialista, rarefatto, d'autore, invece di questa baracconata con un parterre di attori e attrici che la metà bastano per mandare avanti il botteghino americano per un anno e mezzo. (...) Tutti e tutte (tranne poche eccezioni), ballano e cantano in modo imbarazzante. E questo deprime. Come deprime la partecipazione dello sparuto drappello di attori italiani, usati quasi come comparse." (Dario Zonta, 'L'Unità', 22 gennaio 2010)

"I suoi personaggi femminili, collocati questa volta all'interno di una passione ordinata, divengono finalmente utili ad esprimere la resuscitata ispirazione del suo genio. Curiosamente, un pregio vero di questa singolare parabola di Marshall non sono le parti cantate, ma la via di uscita morale alla crisi contemporanea, non immune da espliciti richiami religiosi. Come nell'arte sacra e contrariamente all'estetica romantica, oggi l'artista ha bisogno appunto di stabilità e di religiosità per realizzare la sua vocazione creativa. Perché senza trascendenza, nulla è possibile. Neanche la finzione." (Benedetto Ippolito, 'Il Riformista', 16 gennaio 2010)

Difficile capire a chi 'Nine', e in che ordine, debba delle scuse. A Federico Fellini, certamente, anche se il Maestro, più prudente di quello che si diceva, già al musical di Broadway negò l'utilizzo del proprio nome e del titolo del suo capolavoro 'Otto e mezzo'. A un paese, l'Italia, che sia pur disastroso e disastrato, non merita la cartolina kitsch che gli ha sbattuto in faccia Rob Marshall. Che, peraltro, dovrebbe scusarsi con se stesso, perché al cinema e nel genere del musical in particolare, ha dimostrato molto più talento con il rutilante 'Chicago'. Dove diresse a meraviglia due brave attrici, mentre in questo caso ne ha molte di più e le maltratta con ruoli, battute e messe in scena imbarazzanti. E passi per Sofia Loren che da troppi anni è la parodia di se stessa, e persino per Nicole Kidman, che sembra aver perso la bussola e lo charme dopo l'Oscar (succede a molte migliori protagoniste femminili, per informazioni chiedere a Halle Berry e Hilary Swank). Ma vedere Penelope Cruz e Marion Cotillard costrette a ruoli improbabili, fa male al cuore almeno quanto quel manipolo di attori italiani in parti di contorno, a rubare qualche fotogramma per far colore. E non siamo ancora arrivati ai numeri musicali, in teoria centro del film, in pratica una serie di performance in cui la bruttezza dei testi si unisce alle musiche senz'anima e a coreografie sciatte. A salvarsi dal cinenaufragio, alla fine sono Daniel Day Lewis, che nel suo Guido Contini in crisi creativa (ma più dell'alter ego di Fellini-Mastroianni, sembra l'ultimo, sessuomane, Tiger Woods) ci infonde impegno e bravura, una Judi Dench d'ordinanza, Fergie e una Kate Hudson in forma smagliante che, insensatamente, viene relegata a personaggio di contorno. A 'Nine' verrebbe almeno da assegnargli la nomea di stracult, ma la bruttezza quasi comica della pellicola non assurge neanche a quel livello. Non c'è cura nella cucitura delle visioni felliniane, qui divenute solo istantanee fuori fuoco che gli fanno il verso, non c'è il gusto del grottesco (se non, forse, in qualche parola della Cruz) che ne potrebbe fare una parodia, sia pur involontaria, e quel 'Be Italian' che riecheggia ossessivo nei versi della canzone portante è come tutto il resto del film: cacofonico e inopportuno. Fa male, perchè l'operazione in sè, per ora un flop anche dal punto di vista commerciale (negli Usa), poteva avere un suo fascino. (...) Qui c'è soio il trionfo di lussuosa banalità e stereotipi di seconda mano. 'Nine'? Più che altro, prendendo a prestito un po' di tedesco, vien da pensare... 'Nein'! (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 22 gennaio 2010)

"«Mio babbo voleva che facessi l'avvocato e mia mamma voleva che facessi il dottore, ma io ho fatto un aggettivo: il felliniano». Ci scherzava su, Federico Fellini, sapendo bene che quel destino era la sua fortuna e la sua condanna. Ma se non riuscì lui a smontare del tutto il cliché, figurarsi se si può pretenderlo dai suoi posteri, e in particolare dalla Hollywood che in quarant'anni attribuì a Fellini ben cinque premi Oscar l'ultimo 'alla carriera' nel 1993, pochi mesi prima della morte. Perchè sconsigliamo vivamente di vedere 'Nine' con l'ambizione a ritrovare lo spirito di '8 ½'. (...) 'Nine' non riserva la raffinatezza necessaria per il corpo a corpo con un testo talmente complesso da essere quasi ineffabile. Piuttosto, adotta '8½' a mo' di pretesto drammaturgico, ricalcandone i personaggi femminili che sono l'harem del tormentato protagonista (...) 'Nine' è appunto «felliniano» nella maniera più scontata del termine, quindi è un film sovrabbondante, smisurato, polifonico come '8½' e tuttavia privo della tensione interiore verso il silenzio agognato da Federico. Il protagonista è egocentrico al pari dell'originale, senza per l'approdo comunitario del finale, il celeberrimo girotondo in cui tutti si prendono per mano, unico antidoto ai mal di vivere. Il Guido concepito da Marshall è invece prometeico a dispetto dell'angoscia, è un eroe bello e dannato da cinema americano, cui, certo, Day-Lewis offre delle nuance interessanti. Sullo sfondo, l'Italia è una cartolina della 'dolce vita', che invero in Fellini è quantomeno agrodolce se non amarissima. L'Italia è un paese leggendario percorso dalla cabrio sportiva di Guido, è una meta da 'vacanze romane' quale in effetti diventò grazie ai successi internazionali dei film di Fellini. 'Be Italian' o 'Cinema italiano' s'intitolano le canzoni portanti di 'Nine', che è soprattutto un musical sull'energia tricolore improvvisamente disertata da uno suoi campioni, il Famoso Regista di Cinecittà. Come musical, pur non avendo la coesione di 'Chicago', tutto sommato 'Nine' funziona e conquista, in particolare verso l'epilogo. Merito della grinta sfoderata da Marion Cotiliard, la francesina di Hollywood che dà corpo (è il caso di dire) alla sfida muliebre di Luisa, in un ideale 'duello' coreografico con l'amante Penélope Cruz, che pure ci dà sotto quanto a performance danzanti con lustrini e corde onirici. Laddove Nicol Kidman, rispetto alla assoluta purezza di Claudia Cardinale in '8½', è un'algida, o pallida, 'ex' di Guido, è il fantasma di una vita 'altra' che avrebbe potuto essere e non fu. Girato in esterni a Roma e ad Anzio in quell'alberghiero 'Paradiso sul mare' che Fellini utilizzò per alludere al liberty del Grand Hotel della sua Rimini, 'Nine' ha almeno il pregio di far inevitabilmente pensare a un genio italiano che l'Italia tende a dimenticare." (Oscar Iarussi, ' La Gazzetta Del Mezzogiorno', 24 gennaio 2010)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy