N Io e Napoleone

N Io e Napoleone
Isola d'Elba, 1814. Napoleone, esiliato sull'isola toscana, viene accolto con entusiasmo dal popolo e dai nobili locali, ad eccezione del giovane maestro Martino Papucci, ultimogenito di una famiglia di commercianti di Portoferraio. Idealista e libertario poeta in erba, amante della bella Baronessa Emilia, Martino ha il segreto desiderio di uccidere il tiranno che ha tradito la rivoluzione e che ha mandato a morte sui campi di battaglia di tutta Europa tanti giovani che credevano in lui. L'occasione si presenta grazie ad un posto come scrivano e bibliotecario presso la dimora di Napoleone che il ragazzo accetta con entusiasmo convinto di poter portare a termine il suo progetto. Tuttavia, l'impresa si rivela più complicata del previsto...
  • Altri titoli:
    N.: Napoleon & Me
    Napoléon (et moi)
    N (Io e Napoleone)
    N - Io e Napoleone
    N - Napoléon
    N - Ucciderò il tiranno
    N.
  • Durata: 110'
  • Colore: C
  • Genere: STORICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Tratto da: romanzo "N" di Ernesto Ferrero (ed. Einaudi - Premio Strega 2000)
  • Produzione: RICCARDO TOZZI, GIOVANNI STABILINI, MARCO CHIMENZ PER CATTLEYA, MEDUSA FILM, BABE FILM, ALQUIMIA CINEMA
  • Distribuzione: MEDUSA
  • Data uscita 14 Ottobre 2006

TRAILER

NOTE

- PRESENTATO ALLA I^ EDIZIONE DI 'CINEMA. FESTA INTERNAZIONALE DI ROMA' (2006) NELLA SEZIONE 'PREMIÈRE'.

- CANDIDATO AI NASTRI D'ARGENTO 2007 PER: MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA (MONICA BELLUCCI, SABRINA IMPACCIATORE, FRANCESCA INAUDI) E COSTUMI.

CRITICA

"Misurandosi per la prima volta con il film in costume, e con un personaggio storico della grandezza di Napoleone, Virzì sembra voler mettere le carte in tavola a partire dalle scelte narrative: non soltanto non vuole allontanarsi troppo da casa ma soprattutto sente il bisogno di non tradire il genere che ha frequentato fino a oggi con profitto e successo, la commedia all'italiana. Come se una dichiarazione d'appartenenza finisse per trasformarsi anche in una dichiarazione d'intenti: l'occhio della commedia è l'unico con cui il regista riesce ad affrontare non solo il nostro presente ma anche il nostro passato, perché i caratteri nazionali sono sempre gli stessi e la posizione di chi ridendo castigat mores è l'unica che il pubblico è sempre disposta ad accettare. I meriti ed in problemi del film di Virzì discendono da qui prima ancora che dalle sue scelte di regia; (...) Ancora una volta, e non è certo un difetto, si apprezza la capacità di Virzì di scegliere gli attori e di dirigerli al loro meglio, da una Bellocci rigenerata dall'uso dell'accento umbro a un Mastandrea che non diresti mai nato a Roma. Così come si ammira l'abilità della squadra di sceneggiatori (Scarpelli padre e figlio, Francesco Bruni e lo stesso regista) nell'intrecciare i tanti piani di una storia che ci restituisce l'eterno presente di un'Italia provinciale e troppo condizionabile, ma che finisce per usare il personaggio di Napoleone più come una lente (per guardare dentro di noi) che come uno dei grandi della storia." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 15 ottobre 2006)

"Che bella sorpresa una commedia popolare come se ne facevano una volta, piena di battute ad effetto e di allusioni al presente, di attori al diapason e di idee abilmente sciolte nella vicenda, il tutto all'insegna del garbo e dell'acutezza che una volta erano moneta corrente e che oggi invece sono quasi un effetto di stile. Si vede che un certo modo di dirigere si addice ormai al film in costume. O forse è il nostro presente che vuole 'lenti' speciali e prospettive deformanti. Ben venga dunque questo Napoleone visto da vicino, anzi 'dal basso', in un film che sa di cucina e di inchiostro, di pettegolezzi e di vernacolo. (...) Tutti, dalla Bellucci, amante umbra finto ingenua, all'intraprendente Valerio Mastandrea, che vorrebbe vivere e si ritrova a scrivere (un rovesciamento che porta la firma evidente di Furio Scarpelli), dalla sorella che si ritrova promessa al più impresentabile degli isolani (Sabrina Impacciatore e Massimo Ceccherini), alla servetta Francesca Inaudi, all'ex-cospiratore Omero Antonutti, al cacciatore Carlo Monni, protagonista di una scena di inattesa e simbolica crudeltà, tutti hanno diritto al loro pezzo di bravura o alla loro battuta memorabile. Citiamone almeno due: 'Si comincia leccapiedi e si finisce assassini'. Ovvero: 'A voi le cose giuste le si è dette e ridette, è che avete la testa dura come un sasso. Ubbidite dunque, è l'unica cosa che sapete fare". A buon intenditor...' (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 15 settembre 2006)

"Tra le miserie dell'uomo pubblico sbandierate dal punto di vista del cameriere e le sfumature segrete di una personalità rivelate dall'accanito scandaglio del comportamento privato corre la stessa distanza che c'è tra il gossip dozzinale e la grande letteratura biografica. 'N (Io e Napoleone)', liberamente tratto da un già discutibile libro di Ernesto Ferrero, proponeva, dunque, una scelta obbligata alla vena di Paolo Virzì, per la prima volta in carriera alle prese con un film in costume: ne è risultato un prodotto ambizioso e irrisolto, ibrido e frammentario e, soprattutto, solo a tratti sospinto dalla vis grottesca patrimonio della migliore commedia di costume. A vantaggio del giovane e brillante regista toscano pesa, certo, la confezione che ricava il massimo dal generoso budget, dal ritmo disinvolto e dalle preziose rifiniture a cura di accurati artigiani come il fotografo Alessandro Pesci, lo scenografo Francesco Frigeri e il costumista Maurizio Millenotti. Purtroppo, però, il manierismo scacciato dalla porta stilistica che si vorrebbe incardinata ai toni di una fiaba noir, rientra dalla finestra della sceneggiatura e delle recitazioni che grondano di grevi allusioni alla vulgata socio-politica contemporanea. (...) la metafora di Virzì, descrivendo un Napoleone al tramonto, ma ancora in grado di manipolare le masse, vorrebbe tirare le orecchie al giacobino no-global che declama Foscolo come Manu Chao, ma poi cede nell'ora x al fascino del marpione patetico. Così, tra lo sberleffo alla livornese e la riverenza al cinema dei Taviani, la commedia finisce col perdersi in una sguaiataggine più macchiettistica che demistificatrice." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 15 ottobre 2006)

"Paolo Virzì si propone come il Luigi Magni di Porto Ferraio. Infatti il suo 'N (Io e Napoleone)', ispirato al romanzo di Ernesto Ferrero (Einaudi), è ambientato fra 1814 e 1815, durante il breve regno elbano del condottiero, quindi circa nello stesso periodo dal quale (1825) cominciava, quasi quarant'anni fa, la serie di film a sfondo romano-papalino di Magni. Analogo a quello di Magni è anche lo sforzo di Virzì di dire il presente attraverso il passato, perché il Napoleone dello svogliato Daniel Auteuil - fra i peggiori dei tanti nella storia del cinema - evoca Berlusconi, senza nuocere alla carriera di quest'ultimo, ma nuocendo alla credibilità del film. Più indeciso di Magni fra commedia e dramma, Virzì pare optare per il dramma, stile 'Tutti a casa' di Comencini: (...) Per rincorrere questo tipo di consenso politico, Virzì - vera cicala - spreca l'ennesima occasione di rifondare la commedia all'italiana solo per essere gradito tanto du côté de chez Veltroni,quanto du côté de chez Bertinotti. Non solo: il film è prodotto dall'impegnata Cattleya, ma distribuito dalla berlusconiana Medusa. Senza essere professionalmente declinante e personalmente antipatico, il livornese importato Paolo Virzì soffre dello stesso sdoppiamento patito da Bernardo Bertolucci." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale 15 ottobre 2006)

"L'opera maggiore di Paolo Virzì. Con una carriera, fino ad oggi, di tutto rispetto, dall'esordio con 'Ferie d'agosto' a 'Ovosodo', premiato a Venezia, al felicissimo e furbo 'My Name is Tanino'. Oggi, con intelligenza, abilità e coraggio, affronta il costume e la storia prendendo di petto addirittura Napoleone. (...) Il racconto, che molto alla lontana si è fatto ispirare da un libro metà romanzo metà storia, procede con equilibrio perfetto fra tutte le sue parti. Quella in primissimo piano, con l'incontro-scontro fra lo scrivano e l'illustre esiliato, quelle, in parallelo, di altri elbani, con i loro traffici, i loro problemi sentimentali e, alcuni, con i loro risentimenti politici. Virzì, in mezzo, si muove con un senso vivo del cinema, per un verso tenendo fortemente l'accento sui due protagonisti, un Napoleone che sembra accattivante, un Martino che, per un momento, rischia di farsene conquistare, per un altro, con sicuro equilibrio narrativo e stilistico, evocando attorno un coro realistico di figure mai veramente di secondo piano scolpite ciascuna con i suoi colori e i suoi tratti, senza inciampi né vuoti. Con il sussidio di immagini cui la fotografia di Alessandro Pesci, le scenografie di Francesco Frigeri e costumi di Maurizio Millenotti conferiscono valori figurativi con il gusto delle stampe d'epoca senza tradir mai però il sapore dell'autentico. Completa i meriti, l'interpretazione. Napoleone è un Daniel Auteuil volutamente dimesso che parla francese e italiano, Martino è Elio Germano, reduce da «Romanzo Criminale». Una dama è Monica Bellucci, quasi tutti gli altri (Mastandrea, Ceccherini, Sabrina Impacciatore) recitano con ghiotte cadenze toscane, mentre dal principio alla fine le musiche di Beethoven (soprattutto l'Eroica e la Nona) si adeguano al dramma come se scritte solo per quello. L'eternità dell'arte vera." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 15 ottobre 2006)
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