La prima linea

ITALIA, BELGIO - 2009
Gennaio 1982. A Venezia, Sergio ha organizzato un gruppo per attaccare il carcere di Rovigo e far evadere quattro detenute. Tra loro c'è Susanna, la donna che Sergio ama e che ha condiviso con lui idee e scelte politiche. Nel giorno stabilito, durante il tragitto verso il carcere, Sergio inizia a ricordare gli anni di militanza e di lotta armata ma soprattutto l'incontro con Susanna. Una volta giunti a destinazione, la banda porterà a compimento la missione, Susanna e Sergio si ritroveranno, ma non tutto andrà come previsto...

CAST

NOTE

- FILM REALIZZATO CON IL SOSTEGNO DELLA FILM COMMISSION TORINO PIEMONTE.

- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2010 PER: MIGLIOR PRODUTTORE (ANDREA OCCHIPINTI) E MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (RICCARDO SCAMARCIO).

CRITICA

"Non mi ricordo, in un dramma italiano, anche neorealista, la scena d'una evasione dal carcere, anche se imperfetta (morì un passante, ma fu un maledetto errore). Destabilizzante, certo, qui, anche la presenza esile, quasi in simulacro, di preti, mamme e cani, a sfidar la triade della nostra cristiana cineidentità. Ma quel tabù infranto il 3 gennaio 1982, quando Susanna Ronconi e tre giovani detenute furono liberate dal carcere di Rovigo, in stile Ira, da un commando, è il cuore selvaggio narrativo (e il fuggente brivido eversivo) del quarto film di Renato De Maria. Opera un po' d'azione storica, un po' d'azione intima, ma senza il necessario cattivo in campo (il villain non è mai il violento che non conta nulla: non è il cowboy rapace né l'indiano feroce, ma chi li arma e ha nel cassetto i files di entrambi, pronto a usarli ...), è ispirata, alla lontana, all'autobiografia 'Miccia corta' di Sergio Segio, combattente comunista, e alle azioni di Prima Linea (aprile 77-giugno 83), troppo grezzamente abbozzate nel film, visto che il «terrorista» leader è perfino costretto, nella scena che ha erotizzato l'ex pci Bondi, e non solo lui, alla piena, religiosa, abiura. (...) De Maria, che viene dal '77, già in 'Paz!' (2002) aveva raccontato avventure demenziali di altri indiani metropolitani negli anni di piombo quelli che i Quaderni rossi non li chiudevano nel cassetto per tirar fuori pistole, ma li rileggevano a parco Lambro per tirar fuori polli gratis per l'operaio sociale. E, dopo 25 episodi tv di 'Distretto di polizia' e un po' di Maigret, sa sciogliere le forme anchilosate del nostro cinema d'azione. Trasformando una tragedia, dallo sfondo ancora inenarrabile, in un discreto western con spaghetti (ben accolto per la suspense a Toronto, dal 20 novembre in Italia) dove, come direbbe Manzoni, il buon senso del detour, della direzione vietata di marcia (quella imboccata da De Maria quando affianca, rischiando, le auto del commando), lotta contro il senso comune di Prima Linea: che dai ferri vecchi della Resistenza passa ai mitra chic, inebriandosi di tecnologia, ma invece di alzare il livello dello scontro, lo distrugge, scippando la lotta a consigli operai. Quasi già prefigurazioni degli yuppie anni 80, altri «yes men», non più fedeli alla Causa ma a un'altra Rivoluzione. Certo è strano. Come in 'Valzer con Bashir' (il musicista è lo stesso Max Richter) non si nomina Arafat, qui è vietato pronunciare Vietnam. Ma non partì tutto da lì?" (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 13 novembre 2009)

"'La prima linea' è alla fine un lungo autodafé di Segio, ottimamente interpretato da Scamarcio. Un film sul rimorso, un 'come eravamo, depurato da qualunque nostalgia, in cui il controcanto politico è affidato al personaggio (inventato) dell'amico di Sesto San Giovanni, che ha condiviso con Segio i cortei e le ragazzate dell'adolescenza ma poi non è entrato in clandestinità; e alla bellissima scena in cui Segio va a trovare i genitori, invecchiati nel dolore e nella povertà." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 20 novembre 2009)

"La regia allinea primissimi piani, pensieri affidati alla voce fuori campo, didascalie, mentre l'interpretazione è quella di due trentenni di oggi (Giovanna Mezzogiorno è Susanna Ronconi, che Segio fece evadere), ignari delle utopie dei trentenni di ieri." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 20 novembre 2009)

"Tanto rumore per nulla. Infine è stato riconosciuto l'interesse culturale di un film a lungo accusato di fare apologia del terrorismo perché incentrato sulle memorie del pluriomicida Sergio Segio. Scamarcio e la Mezzogiorno sono ritenuti troppo belli per impersonare brutti figuri, ma è stato approvato il giusto distacco di regia e sceneggiatura. Se si parlasse solo a ragion (e a pellicola) veduta, certi pareri lascerebbero il tempo che perdono. (...) Ben descritto in un film che scruta nella nostra storia recente coi modi del nostro cinema di sempre: flashback e minimalismo. E i difetti di sempre: le evasioni proprio non le sappiamo girare." (Alessio Guzzano, 'City', 20 novembre 2009)

"Se si accetta di guardare questa messa in scena dell'assurdo, dell'impossibile, e non ci si concentra sui fatti, allora si può vedere il film che De Maria voleva fare, e che ha fatto. Anche bene. Non era facile, il pericolo di errore accompagna la pellicola ad ogni passo. Errore nel descrivere gli eventi, nel cedere al sentimentalismo, nell'indulgere su un occhio bagnato o su una pistola fumante. Tutto era a rischio. Perfino le facce troppo note, di Giovanna Mezzogiorno e Riccardo Scamarcio potevano far slittare l'intera operazione verso il fotoromanzo. Ma grazie a una scrittura rigorosissima, a una scelta di ripresa drammaturgica tarata al millesimo e alla bravura, tutta lavorata sul trattenere, di Scamarcio e Mezzogiorno, il film giunge all'obiettivo. Mette in scena l'assurdo e su quello ci fa riflettere. Se invece andate in sala cercando i fatti, ne uscirete sicuramente incazzati. Potete scegliere, ricordando però che un film è la proposta di un autore, non la conferma del vostro personale immaginario." (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 20 novembre 2009)

"Inevitabilmente il film sfiora una certa piattezza, un distacco tra il protagonista Scamarcio ha due ruoli: fa la voce narrante con il volto immobile, e partecipa alle azioni violente o assassine. Giovanna Mezzogiorno è l'interprete molto brava della sua ragazza, la terrorista Susanna Ronconi." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 20 novembre 2009)

"Attento al ritmo, come in un Lizzani anni '70, ai personaggi minori, ai mutamenti psicologici che la Mezzogiorno insegue con sensibilità poetica, il film è uno spaccato dell'ltalia che non si arrende, quella degli amici e parenti in dolore." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 20 novembre 2009)
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