La Passione di Cristo

The Passion of The Christ

La Passione di Cristo
Il film racconta le ultime dodici ore della vita di Cristo. Inizia con la preghiera nell'orto dei Getsemani, dove Gesù si è diretto al termine dell'Ultima Cena e dove resiste alle tentazioni di Satana. Tradito da Giuda Iscariota, viene arrestato e portato dinanzi ai capi dei Farisei che lo condannano a morte. Ponzio Pilato, governatore romano della Palestina cui si chiede di deliberare, ascoltati i capi di imputazione, offre al popolo infuriato di scegliere se salvare la sua vita o quella di Barabba, noto criminale. Gesù viene flagellato dai soldati romani e riportato dinanzi a Ponzio Pilato. Poichè il popolo ha scelto di salvare la vita di Barabba, Ponzio Pilato, dopo aver chiesto se non era ancora abbastanza, si lava le mani ad indicare che non vuole essere coinvolto nella scelta. Gesù è costretto ad attraversare Gerusalemme e a salire sul Golgota portando sulle spalle la croce. Giunto in cima al monte gli vengono trafitti mani e piedi con i chiodi e viene drizzata la croce davanti agli occhi straziati della madre Maria e delle pie donne, tra cui Maria Maddalena. Gesù affronta l'ultima tentazione, quella di essere abbandonato dal Padre, poi alle tre del pomeriggio, muore mentre il cielo viene squarciato dai fulmini e si strappa la tenda del tempio di Gerusalemme.
  • Durata: 126'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, RELIGIOSO
  • Specifiche tecniche: 35 MM, CINEMASCOPE, PANAVISION - DELUXE
  • Tratto da: resoconto della Passione di Cristo tratto dai Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni
  • Produzione: MEL GIBSON, BRUCE DAVEY E STEPHEN MCEVETY PER ICON PRODUCTIONS INC., MARQUIS FILM LTD
  • Distribuzione: EAGLE PICTURES
  • Data uscita 7 Aprile 2004

TRAILER

RECENSIONE

È durissimo. Il film di Mel Gibson è veramente duro e non concede spazio alla fantasia. La passione di Gesù è descritta nei particolari, senza indulgenze estetiche, ma anche senza falsi pudori. Gli uncini dei flagelli strappano la carne viva e lo spettatore soffre e sussulta insieme con il sanguinante protagonista della storia. Per tutto il film. Due ore e dieci minuti di sofferenza vera. Due ore e dieci minuti di autentica commozione. Il film La Passione di Cristo è veramente "tosto". Si esce dalla proiezione scioccati e colpiti nel più profondo e intimo dei sentimenti. Questa scelta di linguaggio, è facile prevederlo, provocherà più di una polemica. Mentre il can can mediatico sul presunto contenuto antisemita del film si scioglierà come neve al sole non appena il pubblico potrà constatarne da solo la assoluta e totale infondatezza, nuovi focolai di polemica si accenderanno invece per il tono esplicito del film e per il suo linguaggio. Il sangue scorre copioso sullo schermo e tante saranno le domande che questo susciterà. La situazione del Medio Oriente è esplosiva e il mondo non sente il bisogno di nuovi integralismi. Il film di Gibson, molto probabilmente, sarà visto da centinaia di milioni di persone in tutto il mondo e a molti sembrerà un inno al fondamentalismo. Ci vorrebbe l'aiuto di una equipe di psicologi per capire quale effetto potranno avere quelle immagini sulle menti e sui cuori dei più deboli. È facile intuire però perché Mel Gibson, nonostante ciò, abbia voluto fare comunque un film così. Un film che inizia con uno schiocco sparato fortissimo negli altoparlanti della sala. È il rumore del sandalo di Gesù che schiaccia, con un "crack", la testa del serpente. È una scelta di campo inusuale e "scandalosa" da parte di Gibson, nei tempi del politicamente corretto ad ogni costo. La società contemporanea, che sarebbe meglio definire "società delle immagini", è fortemente scristianizzata. La durezza dei cuori degli uomini del terzo millennio è paragonabile in qualche modo solo alle risa volgari e sguaiate dei soldati romani che, anche nel film di Gibson, picchiano e poi crocifiggono Gesù. C'è un legame stretto fra l'evento di duemila anni fa e la nostra vita quotidiana. I cuori sono diventati di pietra, gli occhi sono serrati (anche se ottusamente aperti sul caleidoscopio delle immagini della modernità, come ha già detto Stanley Kubrick con il suo film - testamento Eyes Wide Shut) e le orecchie sono sorde ai lamenti della coscienza. Oggi come allora, duemila anni fa. A questo potrebbe avere contribuito un certo annacquamento operato sul messaggio evangelico. Come se arte figurativa prima, e cinema e televisione dopo, avessero trascurato un aspetto importante della vita di Gesù: la sua sofferenza, umana e divina. C'è un solo fotogramma, nel film di Gibson, che da solo varrebbe l?intero prezzo del biglietto. Dopo la morte di Gesù sulla Croce, la macchina da presa, che fino al quel momento ha seguito il dramma senza mai staccarsi da terra, prende il volo e lo spettatore si trova improvvisamente a guardare la scena dall?alto dei cieli. L'immagine è come trasfigurata in uno strano effetto a occhio di pesce. Poi anche quella bizzarra rotondità si muove e comincia a precipitare verso la terra dove si schianterà in pochi secondi. È la prima goccia d?acqua del finimondo che si scatena sul Golgota. Si rimane stupefatti. La sequenza, brevissima, rimane nell'immaginario dello spettatore annichilito. È come se Gibson abbia avuto l'ardire di poter immaginare e poi di voler raffigurare lo sguardo e, soprattutto, il pianto di Dio. Un gesto di arroganza salutare, pazzesco ma baciato dalla grazia. Per troppo tempo abbiamo trascurato la sofferenza di Dio. Una sofferenza che è specchio e immagine della nostra stessa sofferenza nel peccato. Solo così infatti si può capire perché Gibson abbia voluto essere così duro nella rappresentazione della violenza che abbiamo inflitto a Gesù. È, infatti, la stessa violenza che abbiamo inflitto a noi stessi. Quelle carni martoriate sono le nostre. Le lacrime di Maria sono le nostre. Per questo il dolore di Gesù, sullo schermo gigante di Mel Gibson, ci colpirà così tanto. Troveremo un forte motivo di identificazione e non sarà facile liberarsi da uno strano sentimento. E una domanda ci coglierà all'improvviso, alla fine della proiezione, all'uscita della sala cinematografica: dove siamo stati in questi ultimi duemila anni? Come abbiamo fatto a dimenticare?
Andrea Piersanti

NOTE

- IL FILM E' PARLATO IN LATINO E ARAMAICO E PER LUNGO TEMPO IL REGISTA NON VOLEVA FOSSE SOTTOTITOLATO PER LA SUA USCITA NELLE SALE USA (25 FEBBRAIO 2004) POI HA CAPITOLATO ALLE ESIGENZE DELLA DISTRIBUZIONE.

- GIRATO INTERAMENTE IN ITALIA. NEGLI STUDI DI CINECITTA' E' STATA RICOSTRUITA LA CITTA' DI GERUSALEMME, MENTRE LE SCENE DELLA CROCIFISSIONE SONO STATE GIRATE A MATERA.

- L'ATTORE HRISTO SHOPOV E' ACCREDITATO COME HRISTO NAUMOV SHOPOV

- FOTOGRAFI DI SCENA: PHILIPPE ANTONELLO, KEN DUNCAN.

- TRE CANDIDATURE AGLI OSCAR 2005: MIGLIORE FOTOGRAFIA (CALEB DESCHANEL), MIGLIORE COLONNA SONORA (JOHN DEBNEY), MIGLIOR MAKE-UP (KEITH VANDERLAAN, CHRISTIEN TINSLEY).

- NASTRO D'ARGENTO 2005 PER I MIGLIORI COSTUMI A MAURIZIO MILLENOTTI E PER LA MIGLIORE SCENOGRAFIA A FRANCESCO FRIGERI.

CRITICA

"Va detto subito che se anche non si accettasse la visione estremamente dura e realistica di Gibson, essa potrebbe comunque esercitare nei nostri confronti una funzione maieutica, costringendoci a mettere in luce non tanto le fondamenta della nostra fede, quanto il nostro rapporto con un Dio picchiato, insultato, flagellato, torturato, deriso, crocifisso. Per questo il film compie, per la cultura moderna, una nuova rivoluzione nell'immagine di Gesù: lo scandalo esibito, visto, vissuto, della croce - e dlle ore che la preparano - ripropone ancora una volta l'interrogativo sul concetto di Dio. (...) Il regista si sofferma con puntigliosa attenzione e intensità proprio su quei particolari di un supplizio maledetto dalla legge, cioè sui tratti meschini e miserabili del Dio cristiano, quelli che atterriscono e rendono incredulo il pagano di ieri e, forse in misura, modo e tonalità diverse, quello di oggi. In questo va fatto l'elogio della sua coerenza e onestà, che si riversa in ogni immagine e in ogni particolare di una pellicola diretta in modo magistrale ed interpretata da attori preparatissimi. (...) E se "l'obbrobrio della croce è una tentazione della fede" (Ilario di Poitiers) e se questo obbrobio viene ostentato sino agli estremi, tanto più il film diventa per noi una tentazione salutare, uno scandalo culturale. Insomma bisogna fare i conti con questo scandalo, con questo Gesù e questa opera su di lui." (Luca Pellegrini, 'Rivista del Cinematografo', marzo 2004)

"Il grande problema della Passione di Cristo di Mel Gibson, è che manca totalmente la dimensione spirituale, interiore. Non è poco, essendo la storia quasi in tempo reale della Crocefissione. Ma in mano al Mad Max Mel Gibson, ammessa la buona fede del suo ipercattolicesimo, questa diventa la più grande storia horror mai raccontata. Il regista usa la mano forte e fin dall'inizio accumula sul volto e sul corpo del povero e recidivo Jim Caviezel, già ingiustamente accusato anche in 'High Crimes', una tale orgia di sangue, ferite purulente, orbite disfatte, bulbi oculari staccati, denti e gengive massacrati, schiene frustate e scie rosso shocking impressioniste, che siamo subito sazi. E quando arriva la Crocefissione col legno che assorbe il sangue e i chiodi e tutto il resto, e si alza il volume tribal-cardiaco della musica, non essendoci progressione drammatica, è tutto come già assorbito, una corrida bestiale. E' come se Gibson dovesse rimuovere il lutto di Cristo, ma nel ruolo dell'assassino. Difficile dire bello o brutto. Sicuramente truculento, ma non emozionante. Sicuramente non pacifista. Sicuramente dozzinale e debitore del cinema ad armi letali di Gibson,dei serial horror, a volte anche del western spaghetti e del cinema catastrofico con terremoto. Il Nostro è un Braveheart sulla Croce: ma la storia evangelica è clamorosamente inadeguata al talento di Mel, che glissa sui rapporti con i discepoli e sulla Resurrezione e racconta tutto d'un pezzo senza sottigliezze, senza sfumature, senza pause, senza punteggiatura psicologica. (...) Il vero miracolo della 'Passione di Cristo' è il fondamentalismo furbo del marketing che l'ha lanciato, dopo il rischio che si perdesse nella disattenzione di un cinema fuori moda, dopo i capolavori di Scorsese, Pasolini, Rossellini, mentre oggi si minaccia addirittura una resurrezione del genere 'Jesus Christ'. Ci vuole cura su certi argomenti, non bisogna esagerare nel ralenti - che potrebbe essere fatto santo come gli Apostoli - il messaggio di Cristo sarebbe il più bello ed attuale se non fosse ridotto a santino sanguinante: scommettiamo che non sarà un best seller da parrocchia?" (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 13 marzo 2004)

"Ovviamente la violenza definita da alcuni insopportabile è fittizia e neppure tanto ingannevole, il sangue rappreso è emoglobina sintetica, le carni straziate e piagate di Cristo sono ottenute col trucco, nelle scene più dure il protagonista è sostituito dalla sua controfigura Brandon Reininger, lo strumento del supplizio da portare durante la Via Crucis è di plastica leggera, chi pende dalla Croce non è lui ma un apposito simulacro meccanico. È un film. Non un'opera d'arte come il 'Vangelo secondo Matteo' di Pier Paolo Pasolini, non un kolossal kitsch come 'La più grande storia mai raccontata' di George Stevens, eccezionale soltanto per il fatto che il protagonista non si vede quasi mai e quasi non parla: la faccia è talmente pesta di botte che sarebbe impossibile riconoscerla, mentre nelle fulminee evocazioni del passato appare calma, bella; e dalle labbra filtrano appena lamenti, borbottii, borborigmi. (...) Ci sono, nel film girato a Cinecittà e a Matera, cose molto ben fatte. È un'idea il Diavolo che ogni tanto fa capolino tra la gente assistente al martirio, con la testa rasata di Rosalinda Celentano coperta da un manto nero e lo sguardo chiaro delle lenti a contatto grigiazzurre, con un vecchio neonato mostruoso tra le braccia. È un'idea quella d'aver affidato il parlato a lingue incomprensibili sottotitolate: le parole che gli spettatori già conoscono a memoria non li distraggono dalle immagini introducendo invece un elemento di lontananza. È un'idea non originale ma ben realizzata aver affidato la presenza del dubbio e della coscienza a un personaggio di brutalità storica quale Ponzio Pilato e a sua moglie Claudia Gerini, brava. È un'idea, per conciliare l'opinione degli storici dell'antichità e la tradizione, assicurare Gesù alla Croce e con i polsi legati dalla corda e con le mani trafitte dai chiodi. Sono spesso fuori tempo ma belli i costumi disegnati da Maurizio Millenotti, che per Gesù ha scelto un perizoma oltre la tunica, e che per la Madonna e la Maddalena si è ispirato alla grande pittura. Tra le cose mal fatte stanno i comportamenti dei soldati romani addetti al supplizio magari possibili ma che sembrano oggi parodistici; i flash back d'una ingenuità elementare da santino; e gli effetti speciali, che nonostante ogni prevedibile attenzione, sono spesso goffi, malriusciti. Questi effetti riguardano soprattutto il Calvario, che occupa larga parte del film e che ha suscitato la maggioranza delle accuse di violenza, di sadismo, di macelleria high tech, di sfruttamento commerciale. Anche se 'La Passione di Cristo' è certo il più sanguinoso dei film del genere, è pure il più realistico; non va oltre la classica iconografia cattolica non soltanto del Crocefisso ma di San Sebastiano con le frecce infinite, dei santi recanti su un piattino gli occhi esorbitati o le mammelle recise; non contiene nulla di più impressionante di 'Kill Bill' di Tarantino, o che possa ferire una sensibilità degli spettatori fattasi per abitudine poco affinata, mentre evoca naturalmente tutte le atrocità che nella Storia sono state perpetrate o nel nostro tempo possono venire compiute in nome di una religione. Quanto alle accuse di antisemitismo, non sembrano giustificate, anche se si può capire che allarmi la riproposizione di quel deicidio che ha provocato nel tempo tante feroci sventure e che la Chiesa cattolica ha cancellato soltanto nella prima metà degli Anni Sessanta con il Concilio Vaticano II. In nessuna maniera, nel film, le gerarchie ebraiche appaiono più mortifere della soldataglia romana: benché non vi siano spiegazioni sul pericolo che per entrambe Gesù Cristo poteva rappresentare, pericolo politico, religioso, sociale, i cattivi massacratori sono equiparati nella volontà o nell'indifferenza con cui la vittima viene eliminata. Ma, attenzione: è un film. Bello? No." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 7 aprile 2004)

"Questo Cristo, che sarebbe piaciuto ai mistici spagnoli, è una poltiglia che sanguina con l'animatronic, anche se la summa dell'orrore rimanda anche idealmente a Goya, a quelli che hanno sofferto sulle stesse lacerazioni. Lo sguardo dell'autore è di vendetta western e non di pace. Per la Resurrezione spende solo 20 secondi, due gambe muscolose che riprendono la marcia e via: eppure è una bella scena, il film potrebbe iniziare da lì.." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 7 aprile 2004)

"Un film integralista, controriformista, pulp, sadico, ignaro d'ogni spiritualità. Un'opera profondamente religiosa, intensa, pura, un veicolo di apostolato fra gli spettatori. E' mai possibile che, in un solo film, ci stia tutto e il contrario di tutto? A parte il fenomeno mediatico, la sola cosa notevole della 'Passione di Cristo' è la capacità di far sì che ciascuno vi proietti i propri fantasmi personali: più che una seduta di cinema, una seduta di psicanalisi. Se andiamo a guardare da vicino l'oggetto filmico, però, nel suo linguaggio specifico e nelle scelte di regia, troviamo ben poco. Le idee di regia, anzi, latitano del tutto: a meno di voler considerare tale quella lacrima che piove dal cielo durante la crocifissione. (...) Troppo facile evocare, a contrario, la misura e l'intensità del 'Vangelo secondo Matteo' di Pasolini, la sobrietà didascalica del 'Messia' di Rossellini o immaginare cosa avrebbe potuto fare il grande Dreyer del suo irrealizzato 'Jesus'. Ma ora viviamo in tempi di cinema pulp: che in Tarantino è puro gioco formalista, inoffensivo; in Gibson si fa carne, sangue e brandelli di pelle mirando diritto allo scandalo. E se è vero che gli scandali devono avvenire, non crediamo proprio che i Vangeli intendessero questo." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 9 aprile 2004)
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