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Glenn Close in La carica dei 101
Prima dell’avvento delle videocassette, quindi della possibilità della fruizione domestica, i lungometraggi disneyani venivano ciclicamente riproposti nelle sale per incontrare un pubblico infantile ovviamente rinnovato, permettendo così ai genitori e ai nonni che li avevano visti in gioventù di portare al cinema figli e nipoti. Questa intuizione, da accreditare al patron Walt, è a suo modo esplosa con l’home video, in quanto consumo collettivo e duraturo, ma si è naturalmente logorata sul piano della fruizione in sala. Oltre a produrre nuovi film (non sempre fortunati), la Disney, da più di un decennio, ha preferito rifare quelli vecchi.
Nascono così i remake live action. Usato sicuro, certo: storie note, personaggi conosciuti, immaginari consolidati, meccanismi collaudati, genitori rassicurati, pochi rischi al botteghino, rilancio commerciale. La nostalgia, d’altronde, è la più grande ideologia contemporanea.
Generalmente, i remake live action dei classici Disney sono considerati superflui se non inutili, non godono di grande fama tra i cinefili, incassano cifre straordinarie e spesso sono considerati brutti. A sentire i MAGA e i conservatori, poi, sono cavalli di Troia della cultura woke, in primis per i casting politicamente corretti e situazioni edulcorate rispetto al passato. Ovviamente la faccenda è più complessa ma, in attesa dell’arrivo in sala di Oceania, ecco una classifica dei remake live-action, dal peggiore al migliore.
26. Alice attraverso lo specchio (2016)
Sequel del fortunato remake live action di Tim Burton (sostituito da James Bobin), è un’inconsistente carnevalata che ha l’unico obiettivo di sfruttare l’eco del precedente, infarcita di effetti speciali davvero assurdi per un tale colosso e priva di quel senso della meraviglia che dovrebbe essere centrale in un adattamento del genere.


25. Oceania (2026)
Chiamarlo live action è generoso: c’è Dwayne Johnson con i suoi muscoli ma è tutto fasullo: che senso ha girare in esterni se poi sembra realizzato in uno studio troppo illuminato con green screen? Un punto di non ritorno: un mediocre fanservice che ricalca l’originale e sconta l’inesorabile mancanza di fantasia.


24. L’apprendista stregone (2010)
L’omaggio a Fantasia è nella somiglianza col plot e nella marcia dei manici di scopa. Dallo stesso team di Il mistero dei templari (produce Jerry Bruckheimer), un’operazione simile per la miscela di commedia, magia e avventura: il risultato è ibrido, un omaggio un po’ balordo con il sempre incredibile Nicolas Cage.


23. Pinocchio (2021)
Di solito, chi tocca il romanzo di Collodi si brucia (e Walt Disney, furbo com’era, lo anestetizzò per appropriarsene), e non fa eccezione Robert Zemeckis, teorico dello sguardo che da sempre ragiona sulla natura del cinema. Qui ragiona su quanto sia difficile essere figli ma l’adattamento è stucchevole, fiacco, frettoloso.


22. Biancaneve (2025)
Finito nel mirino della destra americana per le posizioni pro-pal e anti-Trumpo della protagonista Rachel Zegler. Al di là della CGI pessima (i sette nani!), vanta un’imprevista lettura politica: la principessa è socialista comunitaria, la regina una reazionaria guerrafondaia (l’israeliana filo governativa Gal Gadot).


21. Maleficent – Signora del male (2019)
Altro sequel meramente speculativo in cui la regina Ingrith scatena Malefica contro il matrimonio di Aurora: non erano diventate amiche? Tutto sulle spalle delle tre star (Angelina Jolie, Michelle Pfeiffer ed Elle Fanning) per una fiaba che riesce a essere sia cupa che stucchevole, con un inespresso potenziale camp.


20. Alice in Wonderland (2010)
Inizio della decadenza di un Tim Burton ridotto a caricatura di se stesso, il rutilante e pigro revival di Lewis Carroll è in realtà un sequel del classico del 1951. Ed è la sagra degli eccessi, tra interpreti macchiettistici (il Cappellaio Matto di Johnny Depp) e riletture approssimative (il femminismo della protagonista).


19. Aladdin (2019)
Ricalco dell’originale che dilata la durata allungando il brodo con una nuova canzone e più spazio a qualche personaggio, con lo stile rozzo e scattante di Guy Ritchie. Che, nello schema rigido della proprietà creativa, prova a rifare Il ladro di Bagdad ma la butta in caciara con la complicità dello spavaldo Genio di Will Smith.


18. Lilli e il Vagabondo (2019)
Interpretato da cani addestrati e poi addomesticati dagli effetti speciali, dura centoquattro minuti contro i settantasei originali. Qualche cambiamento per evitare gli stereotipi: Tesoro e Giannicaro coppia mista nella Georgia del 1909, il genderswap di Whisky, i subdoli gatti siamesi trasformati in distruttivi Devon Rex.


17. Mufasa: Il re leone (2024)
Il quarto di nobiltà lo dà il nome di Barry Jenkins, la cui cifra è del tutto diluita in questo prequel che sfrutta il successo del classico e inventa una storia originale per il papà di Simba, orfano destinato a diventare re della Savana. Forte di una CGI efficace ma dimenticabile sul piano musicale, un’avventura senza infamia né lode.


16. Il re leone (2019)
Controverso e problematico per l’utilizzo del fotorealismo con innesti di intelligenza artificiale (le immagini sfruttano l’upgrade tecnologico ma non hanno la potenza immaginifica del 1994), è un remake letterale che sfrutta l’usato sicuro e minimizza l’impatto emotivo di una storia che sarebbe una bomba melodrammatica.


15. La carica dei 102 – Un nuovo colpo di coda (2000)
Sequel nato sull’onda del remake di La carica dei 101, è un veicolo divistico per Glenn Close, che nel precedente era una magnifica incarnazione dell’ossessiva e spaventosa Crudelia De Mon. Che qui, uscita di prigione, si dice amanti degli animali. Una coccola per chi ama l’attrice, un’operazione superflua per gli altri.


Glenn Close in La carica dei 102
(Webphoto)14. Mulan (2020)
La versione di Niki Cara parte dal classico del 1998 ma va altrove, eliminando gli aspetti più da commedia e scegliendo un approccio più austero e legato alla leggenda all’origine. Rispetto nella rappresentazione dei cinesi, con qualche combattimento wannabe wuxiapian al posto dell’apparato musical.


13. La sirenetta (2023)
Il casting di Halle Bailey fu contestato dai sempre suscettibili conservatori ma è la cosa migliore del remake che il sopravvaluto Rob Marshall dirige come una divertente fantasia musicale. Melissa McCarthy gigioneggia come Ursula, peccato per gli effetti speciali raffazzonati e le fiacche canzoni di Lin-Manuel Miranda.


La sirenetta © 2023 Disney Enterprises, Inc. All Rights Reserved. Photo Credit: Giles Keyte
12. Dumbo (2019)
Un Burton meno di maniera è l’ideale per ripensare il capolavoro della casa. Durata raddoppiata, animali che non parlano, spazio a freaks cari al regista che tenta di esprimere la struggente tensione dell’horror senza rinunciare alla rassicurante dolcezza della fiaba. Non funziona bene ma perlomeno c’è un’idea (d’autore).


11. Peter Pan & Wendy (2023)
David Lowery rafforza il personaggio femminile (sin dal titolo), dà spazio a tutti (tra i bambini sperduti c’è uno affetto dalla sindrome di Down), si diverte con Jude Law come Capitan Uncino: gli addendi valgono meno della somma e l’altro live action del regista è migliore, ma il risultato è toccante e nostalgico.


Peter Pan & Wendy
10. Ritorno al Bosco dei 100 acri (2018)
Christopher Robin ha famiglia e lavora in un’azienda in crisi. Mentre cerca una soluzione per evitare i licenziamenti, ritrova gli amici di un tempo. Saving Mr. Banks si incrocia con Hook: gli scambi tra realtà e finzione al crocevia del realismo magico, i colori plumbei e l’uggia inglese per un tenero home-coming (of age) mai melenso.


9. Maleficent (2014)
Uno spartiacque nel cinema commerciale: prende un classico (La bella addormentata nel bosco) e, sulla scorta di Wicked, ne ribalta la prospettiva per raccontare e capire le ragioni della cattiva della storia. Da qui in poi, la destrutturazione dell’archetipo della malvagia in quanto tale è diventata un’abitudine.


8. La bella e la bestia (2017)
Regista scafato ed elegante, Bill Condon ricalca scene e motivi della prima animazione candidata all’Oscar per il miglior film. E, nel cavalcare la nostalgia, si lancia nel puro musical con numeri pindarici: l’adesione al modello è fedele, ma c’è qualche suggestione adulta che non sarebbe dispiaciuta a Jean Cocteau.


7. Lilo & Stitch (2025)
L’indie Dean Fleischer Camp ritrova lo spirito di Marcel the Shell nella sua versione, fedele ma non pedante, di uno dei più recenti e amati classici dell’azienda. Un sorridente e malinconico apologo sul valore della diversità e contro l’individualismo (ma qua e là cede a certi stilemi da tv movie).


6. Mowgli – Il libro della giungla (1994)
Tecnicamente non è un remake live-action del classico del 1967 ma, a suo modo, è un precursore: per la prima volta la Disney affida una sua proprietà intellettuale a un regista che ne espandesse l’universo creativo. Diretto da Stephen Sommers, è il solido e avventuroso adattamento del secondo Libro di Rudyard Kipling.


4. La carica dei 101 – Questa volta la magia è vera (1996)
Il primo remake live action ufficiale è anche il più ardito: più dei cani che non parlano (uno shock nell’epoca di Senti chi parla) a rubare la scena è ovviamente Glenn Close che dà corpo al cartoon con intelligenza animalesca e supremo divertimento, antagonista talmente bastarda che non si può non amare.


4. Cenerentola (2015)
Se Malefica veniva umanizzata fino al ribaltamento, qui la Matrigna resta una cattiva senza appello (e Cate Blanchett occhieggia a Joan Crawford). Kenneth Branagh rifiuta la moda del gotico e orchestra un sontuoso e lussureggiante ballo di corte che preserva l’eleganza d’altri tempi e la formula magica.


3. Il libro della giungla (2016)
Prima del più problematico Re Leone, Jon Favreau diede consistenza ed epica alla nuova versione di uno dei classici più amati ma anche meno spettacolari. All’epoca il fotorealismo fece faville, oggi piace per l’armonia tra Mowgli di Neel Sethi e gli animali ben resi dalla CGI. La forza, comunque, sta nell’atmosfera buffa e vivace.


2. Crudelia (2021)
Nella Londra un po’ swing e un po’ punk, la lezione di Maleficient (perché un cattivo è cattivo?) incrocia Il diavolo veste Prada in una elegantissima e feroce catfight tra la truffaldina aspirante stilista Emma Stone e l’autoritaria direttrice Emma Thompson. Spericolato e divertente, è anche un abbagliante trionfo visivo.


1. Il drago invisibile (2016)
Lowery (rieccolo) rivisita l’originale del 1977, un ibrido tra animazione e live action nel solco di Pomi d’ottone e manici di scopa, e ne esalta la malinconia uggiosa di un’America profonda, la dimensione spielberghiana (il rapporto tra i bambini e le creature ricorda E.T.), il calore umano di un incanto senza eccessi.


