Non sarà una recensione a fermare la Disney ma resta comunque avvilente osservare come la più grande fabbrica dei sogni si sia ridotta a replicare i sogni già sognati. “Questa volta la magia è vera”, recitava il sottotitolo di uno dei primi live action della casa (La carica dei 101, giusto trent’anni fa), ma anche basta, forse, se il risultato promette l’incantesimo e poi si limita a offrire un facsimile, una copia che ricalca l’originale per evitare l’ipotesi della sorpresa.

Oceania – ovvero Moana in originale, perché, ricordiamolo, si preferì cambiare il nome della protagonista in Vaiana anziché correre il rischio di confondere l’eroina con la pornodiva – è il remake live action del cinquantaseiesimo classico Disney, di gran lunga tra i più influenti e amati del terzo millennio. Difficile contestare l’operazione dal punto di vista produttivo: usato sicuro e successo garantito, a maggior ragione considerando che, essendo passati solo dieci anni dall’originale e un anno e mezzo dal secondo capitolo, può contare su un pubblico solido e fedele.

Chiamarlo live action è generoso: ci sono persone in carne e ossa, d’accordo, in primis Dwayne Johnson e i suoi muscoli che gigioneggiano nel personaggio che ha doppiato nel cartoon, ma è tutto finto, inesorabilmente fasullo e poco credibile un passo indietro rispetto agli scenari più coerenti e affascinati del prototipo di Ron Clements e John Musker (veterani dell’azienda già al timone di classici come La sirenetta e Aladdin). Che senso ha girare in esterni, prevalentemente alle Hawaii, se poi sembra realizzato in uno studio con green screen e troppo illuminato?

© 2026 Disney Enterprises, Inc. All Rights Reserved.
© 2026 Disney Enterprises, Inc. All Rights Reserved.
Dwayne Johnson as Maui in Disney's live-action MOANA. Photo courtesy of Disney. © 2026 Disney Enterprises, Inc. All Rights Reserved. (DISNEY)

Più onesto definirlo un fanservice, come quei musical teatrali tratti dai film d’animazione però zeppi di CGI fotorealistica per suscitare stupore: scene, battute, canzoni sono identiche, l’unico guizzo è dato da qualche allusione al “grande amo” di Johnson (ma è un presunto doppio senso che funziona solo agli occhi dei maliziosi). D’altronde alla regia c’è Thomas Kail, uno dei più importanti registi di Broadway, sodale di Lin-Manuel Miranda (autore delle canzoni originali di Oceania, insieme a Mark Mancina e Opetaia Foaʻi): nel curriculum In the Heights, The Wiz e soprattutto Hamilton, pietra miliare della cultura popolare americana (la registrazione dello spettacolo è l’opera prima del regista).

Scegliere uno come Kail (che comunque ha diretto anche l’ottima miniserie Fosse/Verdon) vuol dire rinunciare a qualsiasi tentativo di immaginare qualcosa di diverso o originale (non è Lilo & Stitch nella versione di Dean Fleischer Camp, miglior live action Disney di sempre). Non c’è alcun motivo, se non ragioni meramente speculativi e industriali, per concepire un’operazione così mediocre e scontata, che, sì, può contare sull’efficacia della protagonista Catherine Laga’aia (e sul granchio gigante che regala l’unico numero divertente) ma non può sfuggire alla sua manca più insopportabile: la totale assenza di fantasia.