La forza di un legame sta anche nella sua debolezza, nei suoi nodi nevrotici; non soltanto, non sempre, nei punti di solidità più visibili e leggibili. Il nucleo più indistruttibile di un rapporto molte volte coincide con una linea di confine esile, tratteggiata, tremante, la stessa linea che fa che quel legame sia sempre sul punto di rompersi. Saldo ma secondo un equilibrio fragile e misterioso, a mezza strada tra lo stare vicini, indispensabili l’uno all’altro come coprotagonisti del legame, e invece l’essere pronti a staccarsi, spezzando la co-dipendenza per spiccare ciascuno un volo che allontani, separi, e separando, liberi.

Il padre protagonista del film Noi due di Nir Bergman, il bravissimo Shai Avivi, ama e si occupa del figlio autistico (Noam Imber, lui anche di impressionante bravura e credibilità nell’impersonare e recitare il disturbo dell’autismo). Il loro è un amore preziosissimo: l’attitudine paterna verso il figlio vulnerabile e pieno di fissazioni e di manie è di commovente umanità. Sebbene la madre del ragazzo insista a volerlo portare in un Istituto dove la sua personalità autistica sia accolta e seguita in modo adeguato, il padre non vuole saperne di lasciare il giovane Uri. Argina le sue crisi più violente con pacatezza saggia, con pazienza e dedizione infinite si intrattiene e dialoga con lui per calmare ognuna delle sue tante ossessioni.

Il ragazzo vive immerso nella visione sul tablet de Il monello di Chaplin, guardando ride e piange da solo; ha dei pesci in un acquario e con loro e con l’adorato padre se ne sta appartato, non escluso ma senza affrontare il mondo, disarmato nella sua anomalia psichica ma anche protetto, perché sempre sa di avere accanto quel padre dolce, materno, abnegato, traboccante amore.

Noi due di Nir Bergman
Noi due di Nir Bergman

Noi due di Nir Bergman

Eppure tutto del loro legame è gravido di distacco: nel mentre si rinsalda e di continuo si alimenta con simbiosi, ricatti affettivi, complicità cementate da anni di un’intimità padre/figlio di una dolcezza inedita e che tocca il cuore, il rapporto si prepara a cambiare. Ogni dettaglio in modo impalpabile converge verso la separazione che verrà: ogni mini-avvenimento presagisce la libertà del lasciarsi andare, il percorso evolutivo di un padre costretto a deporre le armi della sua onnipotenza, e quello di un figlio che nella sua visione particolarissima della vita trova infine spazio per il mondo, gli altri, per nuovi rapporti e nuovi legami.

C’è un attimo, una manciata di secondi in cui Uri, il figlio, in un grande albergo di Eilat si allontana e sparisce tra la folla; il padre lo cerca in preda all’angoscia, trema all’idea di cosa possa essere successo. Di quei minuti di ricerca convulsa il regista Nir Bergman è bravissimo a mostrare l’ambivalenza: la densa portata emotiva di quella breve parentesi in cui il padre non è più solo, né soltanto inchiodato al suo dramma di genitore, ma un uomo.

Ogni legame molto forte e vincolante è “doppio” per come in sé contiene la possibilità della propria metamorfosi, un ipotetico passaggio dal dominio opprimente della co-dipendenza a un territorio diverso, più libero e sgombro, dove le ali legate dell’eccessiva simbiosi possano dispiegarsi verso altri, più ariosi orizzonti. La bambina protagonista di Marcel!, esordio alla regia dell’attrice Jasmine Trinca, passa le giornate guatando una madre assente e disattenta, perduta tra maniacali consultazioni di oracoli e un amore folle e ossessivo per un cane.

Ama la madre di sconfinato e cieco amore, la bambina, ma un amore lì anche di “doppio legame”, che più o meno consapevolmente mentre fiammeggia intanto aspetta di svincolarsi dalle proprie catene. Suona il sax, la bambina, e con tutto il suo fiato (potente, nonostante i piccoli polmoni) soffia nello strumento la voglia di liberazione. Quella madre, con il suo disamore e le sue incredibili (anche parossistiche) disattenzioni, opprime la figlia tanto quanto il padre amorevole di Noi due in ogni istante della vita grava sul figlio e se ne fa opprimere in virtù della forza incrollabile del suo sentimento paterno.

Su una spiaggia, davanti a sé l’immagine della madre, del suo sguardo spiritato di folle esaltazione nel mentre sposta sul feticistico ricordo del cane Marcel ogni perdita, ogni scacco, ogni delusione, frustrazione, mancanza, la bambina si addormenta. Sogna, chissà, di risvegliarsi e non trovar più quello sguardo. Per esistere, madre e figlia, per ognuna andare incontro alla propria natura e abbracciarla, certo dovranno separarsi. Quella madre che in ogni maniera la bambina ha cercato di proteggere, da tutte le sue mancanze in primo luogo e soprattutto, nella bambina desta amore e odio: è struggimento che ostacola, è gabbia.

E la forza del doppio legame sta lì, nel contenere tante sfumature dell’amore, anche il sogno di ritrovarsi soli, liberi dai vincoli di rapporti opprimenti per la loro eccessiva forza sentimentale. Lacci, nell’attenzione come nella disattenzione, sempre troppo stretti. Lacci che per causa del doppio legame ci impediscono ancor più che di camminare, di imparare a farlo da soli.