Continuiamo a vedere la stessa scena. Charlie Chaplin avvitato alla catena di montaggio, prigioniero dentro i meccanismi di una macchina che non lo lascia andare. Tempi Moderni, 1936, raccontava la pressione del corpo in un sistema produttivo che lo plasmava su misura. 90 anni dopo, Il diavolo veste Prada 2, ripropone lo stesso sistema, sia pure travestito, mentre costringe corpi che pure avevano raggiunto una forma plastica, glamour e pensata immutabile, a piegarsi e adattarsi ai propri desiderata.

Il cinema è la morte al lavoro, si è detto. Ma il cinema è stato anche, spesso, la morte del lavoro, se con questo intendiamo l’opera delle nostre mani (“Rendi salda per noi l’opera delle nostre mani”, Salmo 90,17), ovvero quella tensione profonda che, in ogni mestiere, tiene insieme fatica e creatività, rischio e dignità, alienazione e vocazione. Lavorare significa “operare”, mettere le mani, il corpo, il tempo dentro il mondo. E proprio qui, nelle sue ferite e nelle sue possibilità, il cinema offre un osservatorio privilegiato. Cinema e lavoro hanno avuto, fin dagli inizi, un rapporto quasi organico. Il lavoro è il luogo dove si palesano le contraddizioni di ogni epoca, dove le strutture di potere si mostrano nella forma più concreta, dove la vita privata e quella collettiva si incontrano nello stesso gesto ripetuto ogni giorno.
E il cinema, che è fatto di corpi, spazi, tempo e suono, ha sempre saputo raccontarlo meglio di molte analisi sociologiche, inseguendo le sue trasformazioni e trovando una chiave in ogni stagione storica.

Le fabbriche, i corpi, le macchine
Fritz Lang con Metropolis (1927) immaginava già la città verticale dove i lavoratori vivono sottoterra mentre i padroni abitano le torri di cristallo: un'allegoria precisa e sempre attuale. Chaplin arriva nove anni dopo con Tempi Moderni e porta quella visione sul terreno della commedia. In Italia, nel 1971, Elio Petri e Gian Maria Volonté costruiscono La classe operaia va in paradiso, il ritratto più brutale e visionario dell'operaio fordista: un uomo che perde un dito in fabbrica e con quel dito perde anche la certezza di sé.

Il lavoro d'ufficio, l'impiegato e i suoi doppi
Mentre il cinema di sinistra guardava alla fabbrica come al cuore del mondo, un altro filone raccontava l'altra faccia del lavoro salariato: l'ufficio, la scrivania, i corridoi. Ermanno Olmi con Il posto (1961) segue un ragazzo di provincia che arriva a Milano per un concorso aziendale, supera le prove, ottiene un posto. La scena finale, in cui siede alla scrivania di un collega appena morto, dice tutto senza dire niente. Pochi anni dopo, Paolo Villaggio realizza Fantozzi (1975) e trasforma quell'impiegato in una maschera comica immortale: il ragioniere umiliato, il subordinato eterno, la vittima consapevole e rassegnata di una gerarchia assurda. Fantozzi fa ridere, ma è anche il ritratto antropologico di un ceto che il miracolo economico aveva creato e che non sapeva bene cosa fare di sé. In chiave nordeuropea e molto più recente, Lars von Trier con Il grande capo (2006) porta la stessa logica nell'era del capitalismo digitale: il vero proprietario di un'azienda tecnologica danese, che si è sempre nascosto dietro un CEO fantasma, ingaggia un attore per interpretarlo nel momento in cui deve vendere la società. Ne viene fuori una commedia nera e feroce sul potere come finzione, sulla gestione aziendale come teatro dell'assurdo.

Le migrazioni e le illusioni del capitalismo che si espande
Con la fine del Novecento arriva un nuovo filone: quello delle frontiere, del lavoro immigrato. Gianni Amelio con Lamerica (1994) segue un truffatore italiano in Albania appena uscita dal comunismo, e il film diventa qualcosa di inaspettato: la storia di come il capitalismo colonizza i corpi di chi non ha più nulla, di come la migrazione economica sia prima di tutto una forma di disperazione organizzata. Steven Spielberg, in modo apparentemente più leggero, racconta con The Terminal (2004) un'altra forma di intrappolamento: Viktor Navorski bloccato in un aeroporto di New York perché il suo paese è cessato di esistere mentre era in volo. Per sopravvivere lavora, in senso letterale, ogni giorno, inventandosi mestieri dentro un non-luogo. Dietro la favola Spielberg propone una riflessione precisa su come il lavoro, in assenza di regole e di riconoscimento (la metafora del non luogo), sia pura sopravvivenza.

La precarietà del colletto bianco, la vergogna di non lavorare
A cavallo del millennio, il cinema scopre un soggetto nuovo: il lavoratore che non lavora. Il licenziato non scende più in piazza, ma si nasconde per la vergogna, non riesce a dirlo a casa, costruisce una finzione per non ammettere di essere fuori. Il compianto Laurent Cantet in A tempo pieno (2001) segue un consulente aziendale francese che ha perso il lavoro e per mesi continua a uscire ogni mattina con la valigetta, inventando riunioni e hotel di lusso. È uno dei film più importanti di questo secolo sul rapporto tra identità e lavoro. Almeno nell'Occidente ricco. In Italia, Paolo Virzì con Tutta la vita davanti (2008) percorre un sentiero diverso ma contiguo: una laureata in filosofia finisce in un call center che utilizza per vendere tecniche di manipolazione affettiva, e quello che potrebbe essere una commedia leggera diventa uno sguardo feroce sulla precarietà cognitiva, sulle retoriche motivazionali che vorrebbero spacciare il bieco sfruttamento per opportunità. Francesca Comencini con Mi piace lavorare (2004) sceglie invece l'ufficio come teatro di una violenza sottile: una dipendente progressivamente esclusa, ignorata, umiliata, senza che nessuno le dica mai esplicitamente perché. Dello stesso anno è Volevo solo dormirle addosso di Eugenio Cappuccio, in cui Giorgio Pasotti interpreta un tagliatore di testa pentito.

La Cina e la memoria operaia che scompare
Jia Zhang-ke, il più importante cineasta cinese contemporaneo, ha dedicato gran parte della sua opera alla trasformazione del lavoro nella Cina post-maoista. In 24 City (2008) intreccia interviste reali e finzione per raccontare la chiusura di un grande stabilimento industriale di Chengdu e la demolizione del quartiere operaio che gli cresceva intorno. Gli ex lavoratori parlano in camera come in un documentario, ma alcuni di loro sono attori che interpretano vite vere. Nella Cina che si trasforma a velocità vertiginosa, la storia operaia è ormai così lontana da trasformarsi in racconto.

Il lavoratore del terzo millennio
Negli anni Dieci il cinema inizia a fare i conti con un lavoro che non si chiama più così. In Francia, Stéphane Brizé firma una trilogia – presto tetralogia, visto l’arrivo nell’autunno di quest’anno di Un bon petit soldat, interpretato da Alba Rohrwacher e dal solito Lindon – che comprende La legge del mercato (2015), In guerra (2018) e Un altro mondo (2021), con Vincent Lindon in tutti e tre. Tre figure di lavoratori diversi, tre forme di sopraffazione diverse, la stessa camera ferma che registra la violenza ordinaria delle riunioni aziendali, dei colloqui di licenziamento, delle assemblee sindacali.
Ken Loach, a ottant'anni suonati, gira con Sorry We Missed You (2019) il film più arrabbiato della sua carriera: Ricky ha comprato un furgone a rate per lavorare "in proprio" come corriere, ma in realtà lavora per un algoritmo che misura i suoi ritardi al secondo, lo sanziona se si ammala, non gli riconosce né ferie né malattia. È la gig economy, bellezza. La più grande truffa del secolo, capace di vendere lo sfruttamento per autonomia. È quella che racconta, da un'altra angolazione, Chloé Zhao in Nomadland (2020): un'America dove si vive nel furgone e ci si sposta tra lavori stagionali, il magazzino Amazon a Natale, la barbabietola da zucchero in primavera. La precarietà come condizione permanente. Altro che fase transitoria.

Infine, Valérie Donzelli con La mattina scrivo (2025, premio per la migliore sceneggiatura a Venezia) porta il cinema del lavoro su un terreno inaspettato: quello dell'artista che sceglie la precarietà. Paul è un fotografo di successo che molla tutto per scrivere romanzi. Le vendite sono scarse, i soldi finiscono, e lui si iscrive a una piattaforma di piccoli lavori per sopravvivere senza rinunciare alle mattine di scrittura. Diventa giardiniere, facchino, tuttofare. L’austerità con cui la Donzelli filma scena dopo scena è tutt’una con quella del personaggio, monolitico assemblaggio di un corpo e di un intelletto votati alla precarietà, in un film che racconta le piattaforme digitali come nuovo caporalato e il costo umano di qualsiasi vocazione che il mercato non riconosce.

Dalla catena di montaggio di Chaplin al furgone di Loach, dalla scrivania di Olmi al cantiere di Donzelli, dalla fabbrica di Jia Zhang-ke alla trappola narrativa della gig economy. Il cinema ha tenuto il conto di ogni trasformazione del lavoro con una precisione che la politica fatica ad avere, qualora ne volesse realmente una. E se volete scegliere il film giusto per il primo maggio, ecco i dieci titoli, dalle origini al presente, che abbiamo scelto come i più rappresentativi per chi volesse davvero capire com’è cambiato il cinema quando è cambiato il lavoro.

Dieci film imperdibili sul lavoro

Tempi moderni (1936) @Webphoto
Tempi moderni (1936) @Webphoto

Tempi moderni (1936) @Webphoto

1. Tempi Moderni - Charlie Chaplin (1936)

Il punto di partenza obbligato. Charlot operaio in una fabbrica dove i tempi si accelerano senza sosta, dove il corpo deve sincronizzarsi con la macchina fino a perdere il controllo dei propri riflessi. Chaplin fa ridere, come sempre, ma la risata ha un retrogusto amaro. L'alienazione del lavoro industriale non ha mai trovato una rappresentazione più viva, né più umana. È un film del 1936 che, proiettato davanti a un magazzino di logistica automatizzata, non richiederebbe quasi nessuna nota di contesto.

Il posto (1961) - @Webphoto
Il posto (1961) - @Webphoto

Il posto (1961) - @Webphoto

2. Il posto - Ermanno Olmi (1961)

Un ragazzo di provincia arriva a Milano per sostenere le prove di selezione di una grande azienda. Supera i test attitudinali, aspetta, ottiene un posto da usciere. Olmi filma tutto con occhio quasi documentaristico, senza giudizi e senza enfasi, e costruisce uno dei ritratti più malinconici che il cinema italiano abbia mai dato del lavoro d'ufficio come destino. La scena finale, in cui il ragazzo siede alla scrivania appena liberata da un collega morto, vale da sola il film.

Fantozzi (1975) @Webphoto
Fantozzi (1975) @Webphoto

Fantozzi (1975) @Webphoto

3. Fantozzi - Luciano Salce (1975)

Il ragionier Ugo Fantozzi è l'impiegato italiano per eccellenza: umiliato, sopraffatto, eternamente subordinato a una gerarchia assurda che non capisce e non riesce a scalare. Paolo Villaggio costruisce una maschera comica immortale che funziona su due livelli: fa ridere in modo liberatorio, e al tempo stesso fotografa con precisione antropologica un ceto sociale intero, quello del lavoro d'ufficio nel boom economico, con le sue paure, le sue piccole viltà, la sua rassegnazione travestita da ironia. Non è solo una commedia: è un documento.

A tempo pieno (2001) @Webphoto
A tempo pieno (2001) @Webphoto

A tempo pieno (2001) @Webphoto

4. A tempo pieno - Laurent Cantet (2001)

Un consulente aziendale francese perde il lavoro e non riesce a dirlo a casa. Per mesi continua a uscire ogni mattina con la valigetta, inventa riunioni e hotel di lusso, costruisce una vita parallela sempre più elaborata. Cantet segue il progressivo disfacimento di un uomo con una precisione quasi clinica, senza mai alzare la voce. Uno dei film più intelligenti sul rapporto tra identità e lavoro: quando il lavoro scompare, scopri che era l'unica risposta che sapevi dare alla domanda "chi sei?".

Il grande capo (2006) @Webphoto
Il grande capo (2006) @Webphoto

Il grande capo (2006) @Webphoto

5. Il grande capo - Lars von Trier (2006)

Il vero proprietario di un'azienda tecnologica danese non si è mai fatto vedere dai dipendenti, nascondendosi per anni dietro un CEO di comodo. Quando arriva il momento di vendere la società, ingaggia un attore per interpretare il ruolo. Von Trier dirige una commedia nera e formalmente bizzarra, girata con una tecnica che chiama "automavision", e costruisce una satira feroce del management contemporaneo: il potere come finzione, la leadership come recita, l'azienda come teatro dell'assurdo dove nessuno sa bene chi comanda davvero.

24 City (2008) @Webphoto
24 City (2008) @Webphoto

24 City (2008) @Webphoto

6. 24 City - Jia Zhang-ke (2008)

Una grande fabbrica di Chengdu viene demolita per far posto a un complesso residenziale di lusso chiamato "24 City". Jia Zhang-ke raccoglie testimonianze di ex operai e le intreccia con interpretazioni di attori, senza segnalare mai la differenza. La storia di cinquant'anni di lavoro industriale cinese si condensa in una serie di volti che parlano in camera, tra nostalgia e disorientamento. Un film sulla memoria operaia come qualcosa di già fragile, già quasi perduto, in un paese che cambia così in fretta da non riuscire a fare lutto di sé stesso.

Tutta la vita davanti (2008) @Webphoto
Tutta la vita davanti (2008) @Webphoto

Tutta la vita davanti (2008) @Webphoto

7. Tutta la vita davanti - Paolo Virzì (2008)

Una laureata in filosofia con ottimi voti finisce a lavorare in un call center che vende con tecniche di manipolazione affettiva. I colleghi vengono classificati per "luminosità", i turni sono estenuanti, il contratto è precario per definizione. Virzì confeziona il film come una commedia, ma ogni risata ha un doppio fondo: è il ritratto più preciso che il cinema italiano abbia dato della precarietà cognitiva, delle retoriche motivazionali che trasformano lo sfruttamento in opportunità, di una generazione cui è stato detto che aveva tutto davanti e che invece si è ritrovata a vendere per telefono.

La legge del mercato (2015) @Webphoto
La legge del mercato (2015) @Webphoto

La legge del mercato (2015) @Webphoto

8. La legge del mercato - Stéphane Brizé (2015)

Thierry ha cinquant'anni, è stato licenziato e da mesi cerca lavoro senza trovarlo. Il film lo segue attraverso corsi di riqualificazione inutili, colloqui umilianti, fino a un posto come guardia di sicurezza in un supermercato dove dovrà sorvegliare i colleghi e segnalare chi ruba per necessità. Brizé gira quasi tutto in piano sequenza con la camera fissa su Vincent Lindon, e lascia allo spettatore la fatica di stare nella scena. È il primo di una tetralogia che è diventata il ritratto più lucido del lavoro nell'Europa contemporanea.

Sorry We Missed You (2019) - @Webphoto
Sorry We Missed You (2019) - @Webphoto

Sorry We Missed You (2019) - @Webphoto

9. Sorry We Missed You - Ken Loach (2019)

Ricky ha comprato un furgone a rate per fare il corriere "in proprio". In realtà lavora per un algoritmo che misura i suoi ritardi al secondo, lo sanziona se si ammala, non riconosce né ferie né malattia. La moglie fa la badante con le stesse logiche invisibili. Loach costruisce il film più asciutto e più necessario della sua carriera: Sorry We Missed You è il momento in cui il cinema capisce fino in fondo come la gig economy abbia trovato il modo di presentare lo sfruttamento come libertà.

La mattina scrivo (2025) - @Webphoto
La mattina scrivo (2025) - @Webphoto

La mattina scrivo (2025) - @Webphoto

10. La mattina scrivo - Valérie Donzelli (2025)

Paul è un fotografo affermato che molla tutto per scrivere romanzi. I libri piacciono alla critica, non vendono, i soldi finiscono. Per preservare le mattine di scrittura senza rinunciare a mangiare, si iscrive a una piattaforma di piccoli lavori e diventa giardiniere, facchino, tuttofare su chiamata: ogni missione accompagnata dall'ansia della valutazione pubblica che il cliente gli lascerà sull'app. Donzelli adatta il romanzo autobiografico di Franck Courtès, vince il premio per la migliore sceneggiatura a Venezia 2025, e costruisce un film che parla di vocazione e precarietà senza sentimentalismi: la piattaforma digitale come nuovo caporalato, il mercato come giudice inappellabile di cosa vale e cosa non vale, e un uomo che sceglie lo stesso di andare avanti.