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Il Diavolo veste Prada 2 © 2025 20th Century Studios. All Rights Reserved.
Vent'anni non passano così, tanto per passare. Due decenni, anche meno, sono bastati a Il Diavolo veste Prada per consolidare il suo status di cult, di pilastro di un immaginario molto newyorkese, fashion, turbocapitalistico, di rampante femminismo. Un film che aveva esaltato un libro modesto, trasformandolo in un zeitgeist culturale, forse l'ultimo approdo del liberismo degli anni Novanta e l'inizio di qualcosa di diverso.
Quel qualcosa di diverso sarebbe stato un cataclisma che in pochi anni avrebbe spazzato via persino quel mondo che ne aveva favorito l'ascesa: la voluttà modaiola e lo strapuntino estetico di una forma di economia politica del tutto nuova, algida, digitale, fondamentalmente inestetica.


Di questo parla dunque Il Diavolo veste Prada 2. Parla di quello che è accaduto in questi vent'anni, al mondo, a noi, ai suoi interpreti, al cinema americano. Parla di rughe, certo, di abiti cuciti anche sull'anagrafe, di parrucche. Ma questo è forse l'aspetto meno interessante. A colpire, dritto e forte, è lo stivale di un tempo in marcia: inarrestabile, fragoroso, volgare più che marziale. Il tempo dei nuovi padroni del vapore, quello algoritmico, che ha devastato ogni decenza, ovvero ogni filtro, mediazione, postura, con l'impostura della democratizzazione dell'opinione, del gusto, della cultura e dell'incultura. Le vastasate che hanno insozzato etichette ed eleganza e, quel che è peggio, diritti, contratti, tutele, dignità.
Il diavolo non veste più Prada, ma circola invisibile nella rete attraverso i nostri dispositivi, che sono più loro che nostri, ma tant'è.


E allora di questo sostanzialmente parliamo: non solo della fine del glorioso giornalismo, e neppure di quello vanitoso, salvato come una zattera accanto al Titanic, dirà Miranda Priestly in una delle tante battute argute del sequel, ma dell'idea stessa che possa esserci una forma di resistenza credibile al nuovo che avanza e pialla tutto. A questa forma di indifferentismo e di equivalenza che ha travolto il senso stesso di un contropotere. Possono esserci vittorie tattiche, capricci di miliardari comunque, ma non si vede come si possa arrestare questa gigantesca idrovora che sta prosciugando risorse umane, energetiche, creative, con una potenza senza precedenti. Al punto da rimpiangere quella gabbia dorata del giornalismo vanity, di Vogue, che allora ci sembrava superfluo e oggi ci pare necessario.


In questo scenario che si finge solo malinconico ma è profondamente apocalittico, si innesta l'altro tema, quasi naturalmente: ovvero la sorellanza. Quando non c'è più niente da scalare perché la scala stessa è stata smontata, ci si guarda intorno e ci si trova. Niente più ostacoli da abbattere, posizioni di privilegio da presidiare. La sola possibilità di sopravvivenza è allearsi, fare muro, stare insieme.
Se il primo Diavolo veste Prada era un film verticale, per concetto, direzione, geometrie, con la scena-madre di Andy che infrange un tabù portando la sua guerra al piano di sopra, da Miranda, il sequel è un film orizzontale, che si muove lateralmente, che accosta, giustappone. Una forma coatta di femminismo, una sorellanza di necessità, allargata ai gay e raramente ai maschi eterosessuali, funzione quest’ultimi di un potere tanto sciocco quanto devastante.


Ignoranti, grevi, rozzi e rifatti: una maschera del nuovo di cui il nuovo si sbarazzerà presto. Il capitale algoritmico non ha bisogno di loro più di quanto non abbia avuto bisogno di noi. Li sostituirà con qualcosa di più presentabile e altrettanto svuotato.
È il prossimo capitolo della stessa storia. La vittoria di Pirro che il film celebra, perché il mainstream non ha altra scelta se non quella di rincuorare. Non sospende il pessimismo, lo illanguidisce al massimo.
E ci ricorda, suprema nostalgia, che la cara vecchia morente Hollywood è sempre capace di tirare fuori un ultimo canto del cigno. Partitura consolatoria, chiaro. Però suonala ancora, Sam.
