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Portobello di Marco Bellocchio nella foto Fabrizio Gifuni nel ruolo di Enzo Tortora ph Anna Camerlingo
La scommessa è vinta nel manico: sostituire al caso Tortora la storia di Enzo Tortora, ovvero la finale tranche de vie. Non stupisce essendo, il manico, Marco Bellocchio: il focus sarà pure sulla “insensata odissea giudiziaria”, ma la posizione della macchina da presa è umana, umanissima.
Insomma, l’uomo prima, dentro e dopo il conduttore, laddove la serie si concreta nel court drama l’arbitrio è umanista, l’offesa antropologica, l’ingaggio ideale più che ideologico.
Colpevole fino a prova contraria, come recita il logline, s’accompagna dalla prima all’ultima inquadratura, e pure lì dove Bellocchio gli fa con consapevole ambiguità fiutare dal naso, alla presunzione d’innocenza che è la cifra stessa del cinema – e questo ancorché espanso lo è – del Nostro, da I pugni in tasca fin qui.
Perché, prima di addentrarci, ha scelto il caso, ossia la storia, di Tortora per fare la sua seconda serie dopo il moroteo Esterno notte (2022)?


Portobello ph Anna Camerlingo
Concludendo le note di regia, asserisce che “resta il mistero della cecità di certi giudici oltre ogni umana immaginazione. E la perseveranza nel loro errore”, ma l’appiglio esistenziale, perfino autobiografico, compete all’Enzo Tortora “antipatico a una potente classe intellettuale che vedeva con disprezzo e grande invidia questa sua enorme popolarità”.
Non c’entra nulla, sia chiaro, nondimeno abbiamo il legittimo sospetto che il film gemello di questo sia Marx può aspettare, e addirittura che tra Camillo, il gemello morto suicida, e Enzo, il presentatore “suicidato” dalla Giustizia italiana corra buon sangue.
E fin qui sulle ascendenze, ma l’illuminazione primigenia di Portobello sta nella riflessione sulla colpevolezza, e segnatamente non sul senso di colpa, un Leitmotiv bellocchiano, bensì sullo Stato di colpa, vale a dire “l’inspiegabile errore compiuto da giudici onesti, in buona fede, (…) ma che non vollero vedere, accecati da un’idea missionaria di giustizia, e che, ancora più inspiegabilmente, non vollero riconoscere il proprio errore… La Giustizia Divina che non può sbagliare”.
Ecco, divina è l’aggettivo fondamentale: se il maestro di Bobbio annovera nel quarto episodio una sequenza del manzoniano La colonna infame di Nelo Risi, l’epilogo processuale sicché esistenziale di Tortora invoca il muto dreyeriano La passione di Giovanna d’Arco, e parimenti nel protagonista e nel “coro” (camorristico)giudiziario. Giriamo intorno, perché questo richiede siffatta serie, una giusta e necessariamente laterale distanza per eludere la grammatica televisiva, di quello e questo Portobello, e segnatamente l’approccio frontale, per deflettere il primo piano catodico e la ieraticità nazionalpopolare di Tortora a favore dell’aggetto tragico.


Marco Bellocchio sul set di Portobello ph Anna Camerlingo
Tortora è tragico come un eroe greco al cospetto degli dei, come un errore italiano al cospetto dei giudici. Il loro più loquace fustigatore è l’avvocato difensore di Tortora Alberto Dall’Ora (Paolo Pierobon): “Per principio (…) un giudice non può mai sbagliare”, e “In cassazione bastano le dichiarazioni coincidenti di tre pentiti per fare la prova. Incredibile, basta la parola, come la pubblicità del lassativo”. Rino Formica predicava che “la politica è sangue e merda”: europarlamentare eletto, il 17 giugno del 1984, con i Radicali, Tortora butta del primo e prende copiosi schizzi della seconda, fino ad ascendere al cielo, anzi, un po’ meno. È un Cristo in croce, condannato e “giustiziato” per ragioni ontologiche, che affondano nell’essere in ma non di questo mondo, né casa (del popolo: PCI) né chiesa (DC).
Un liberale d’estrazione borghese cui la “liberalità” non viene perdonata dal Sistema bipolare: il verdetto giudiziario ne stigmatizza l’estraneità, l’avulsione, e dunque l’irriducibilità.
Dalla vetta, forte di 28 milioni di spettatori, al baratro, dal terremoto dell’Irpinia per cui raccoglie fondi al sisma che lo precipiterà a Regina Coeli e poi Bergamo: l’arresto di Tortora (Fabrizio Gifuni) è del 17 giugno del 1983, l’aguzzino il dissociato della Nuova Camorra Organizzata di Cutolo Giovanni Pandico (Lino Musella), la condanna, a dieci anni di reclusione, nel maxiprocesso napoletano il 17 settembre del 1985, 363 giorni dopo arriverà l’assoluzione in Corte d’Appello con formula piena, e quindi la morte, affidata ai titoli di testa, del 18 maggio del 1988.


Portobello ph Anna Camerlingo
Tutto in un pugno d’anni, un lustro livido, che nella faglia del Paese ultimo scorso – l’assassinio Moro, la fine del terrorismo, la crisi dei partiti e l’avvento delle tv private – individua nell’Enzo nazionale il caprone espiatorio, ossia il cavaliere solitario su cui riversare frustrazione istituzionale e incertezza morale: al trespolo con il pappagallo si preferisce la picca con la testa di un uccello antropomorfo, Tortora.
Portobello ascrive al piccolo schermo il grande scherno di cui Tortora fu oggetto: il regista, e sceneggiatore con Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore, è minuzioso nella disamina, non del come ma del perché venne giustiziato. È un’indagine su un conduttore al di sopra di ogni sospetto, e al di sotto di ogni rispetto: Gifuni riesce in-credibilmente a dare una postura morale a questo fantasma, guardando a testa alta nell’abisso con devozione e contenzione. Dinnanzi a lui Bellocchio piazza la sua camera, e al “sentito dire” che fotté Tortora oppone il “saputo filmare” che lo affranca. L’orgoglio contro il pregiudizio.



