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Il direttore Thierry Fremaux guida la giuria internazionale (foto di Karen Di Paola)
Non è stata la solita conferenza stampa della giuria. Alla domanda sul rischio che le prese di posizione politiche possano oscurare i film, Demi Moore ha risposto: «Spero di no. Credo che una parte dell’arte riguardi l’espressione, quindi se iniziamo a censurarci finiamo per spegnere il cuore stesso della nostra creatività, che è il luogo in cui possiamo scoprire verità e risposte». Più netto il presidente di giuria Park Chan-wook: «Non credo che politica e arte debbano essere divise», ha detto. «È strano pensare che siano in conflitto tra loro. Solo perché un’opera d’arte contiene una dichiarazione politica, non dovrebbe essere considerata nemica dell’arte. Allo stesso tempo, solo perché un film non formula una dichiarazione politica, non dovrebbe essere ignorato».
E così la politica è entrata già alla 79ª edizione del Festival di Cannes, prima ancora dell’apertura ufficiale di stasera, con La Vénus électrique di Pierre Salvadori. Chi si aspettava la classica passerella di rito, con le solite frasi di circostanza, ha dovuto ricredersi al cospetto di una giuria che non si è sottratta al confronto attraversato dai grandi nervi scoperti del presente, dalla libertà di espressione alla guerra a Gaza, dall’intelligenza artificiale al rapporto sempre più teso tra arte, industria e responsabilità pubblica.


Presieduta da Park Chan-wook, la giuria di quest’anno riunisce Demi Moore, Chloé Zhao, Stellan Skarsgård, Isaach de Bankolé, Ruth Negga, Laura Wandel, Diego Céspedes e Paul Laverty, storico sceneggiatore di Ken Loach. Ed è proprio tra Moore, Park e Laverty che si è svolta la parte più infuocata dell’incontro.
Lo sceneggiatore scozzese in particolare ha chiuso la conferenza con un attacco frontale a Hollywood, accusata di aver marginalizzato alcune star per le loro posizioni contro la guerra a Gaza. «Non è bello vedere persone come Susan Sarandon, Javier Bardem, Mark Ruffalo finite in una sorta di lista nera per le loro opinioni contrarie all’uccisione di donne e bambini a Gaza? Vergogna a chi, a Hollywood, fa queste cose. A loro vanno il mio rispetto e la mia totale solidarietà. Sono la parte migliore di noi, li ammiro».
Parole fortissime, tanto più perché pronunciate nel cuore del festival più osservato del mondo, davanti a una platea internazionale e a pochi passi da quel poster ufficiale che quest’anno cita Thelma & Louise, con Susan Sarandon tornata simbolicamente al centro dell’immaginario di Cannes.
E citando Shakespeare, dal Re Lear: «È la piaga del tempo quando i pazzi guidano i ciechi».
Non meno significativa la parte dedicata all’intelligenza artificiale, altro fantasma che attraversa il mondo contemporaneo: «L’IA è qui – ha detto Demi Moore -. Combatterla significa combattere una battaglia che perderemo. Perciò trovare modi in cui possiamo lavorarci mi sembra una strada più utile». Ma ha ammesso che probabilmente l’industria non sta facendo abbastanza per proteggersi. E ha indicato il limite invalicabile della tecnologia: «Ciò che non potrà mai sostituire è ciò da cui nasce la vera arte, che non è il fisico. Viene dall’anima. Viene dallo spirito di ciascuno di noi».
Laverty, invece, ha spostato il discorso dal piano estetico a quello politico ed economico, mettendo sotto accusa le grandi aziende tecnologiche e i miliardari che controllano gli strumenti di IA. «Sono loro a decidere gli algoritmi che incidono sulle nostre vite nel modo più profondo», ha detto, invitando a interrogarsi sulla proprietà delle tecnologie, sugli effetti sui lavoratori, sulla sostenibilità dei data center, sull’acqua, sulle popolazioni. «Non dovremmo lasciare che questi tech bro, miliardari che sono per la maggior parte libertari di destra, dettino il modo in cui viviamo le nostre vite. È una cosa troppo importante per lasciarla in mano a questi signori».
Park Chan-wook ha promesso di guardare i film «con gli occhi puri di uno spettatore, senza pregiudizi né stereotipi», ma la prima conferenza stampa ha già mostrato una differenza abissale rispetto alle prudenze dell’ultimo festival di Berlino, dove le polemiche non erano mancate soprattutto a causa delle parole di Wim Wenders, accusato di voler tenere i cineasti lontani dalla politica. Qui nessunio tra cineasti e giurie sembra voler fingere che non ci sia un mondo fuori dalla sala.
