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Photo by Franck Castel/ABACAPRESS
L’abbiamo amata molto in Six jours, ce printemps-là, per la misura, quel modo tutto suo di recitare quasi con un filo di voce. Il film di Joachim Lafosse non è mai uscito in Italia, dopo il passaggio alla Festa di Roma, ma Sana, il personaggio interpretato da Eye Haïdara, ce l’abbiamo ancora davanti agli occhi: una donna che sfida un intero sistema sociale semplicemente portando i figli e il nuovo compagno nella casa al mare degli ex suoceri. Una piccola, smisurata insurrezione di classe.
Sarà lei, stasera, a guidare la cerimonia di apertura della 79ª edizione del Festival di Cannes. Succede a Virginie Efira, Chiara Mastroianni, Camille Cottin, Laurent Lafitte. E, prima ancora, a Doria Tillier.
Ma lei non si mostra intimorita: «Il palcoscenico è il mio cortile dei giochi», ha detto a Le Monde. Da bambina aveva scoperto il teatro alle elementari grazie a un maestro, Pierre-Yves Refalo, e da allora il palco è stato la sua vita. «Quando sei lassù», racconta, «sei intoccabile, sei il giullare del re che fa le capriole ma dice la verità».
Eye Haïdara è nata e cresciuta a Parigi, in una famiglia della classe media, una famiglia numerosa, con genitori originari del Mali: il padre magazziniere, la madre impiegata a contratto al ministero dell’Interno. Non la bandiera sventolabile del “melting pot” alla francese, anche se sull’argomento dice di volere un cinema francese «più diverso». Diverso come? «Simile alla scuola primaria della mia infanzia». La normalità contro la mitologia della periferia: il romanzo sociale è tutto qui, stavolta.


Six jours ce printemps-là (2025)
Quando parla dei suoi inizi, ricorda proprio l’imbarazzo di chi si vedeva chiedere ogni volta da dove venisse, che lavoro facessero i genitori, quale fosse il suo ambiente, come se la sua presenza andasse comunque spiegata. Nel 2018, nel volume collettivo Noire n’est pas mon métier, il suo testo si intitolava “Quand serons-nous banales?”. Quando saremo banali? Quando cioè potremo essere attrici senza dover diventare ogni volta un segnale, un’eccezione, una causa, un caso?
Del resto, non è forse questo il bello della Francia repubblicana, l’utopia politica di un banco di scuola, di un cortile, di compagni, accenti, colori e famiglie diverse che condividono lo stesso spazio?
Eye Haïdara non è il volto delle banlieue, ma una delle tante sfumature possibili di un Paese cresciuto tra le sue differenze.
Non è l’analogo femminile di Omar Sy, che viene da un comune popolare delle Yvelines, nell’Île-de-France. Non lo è nonostante le origini africane o il colore della pelle, anche se entrambi possiedono il carisma popolare, l’empatia immediata, senza volgarità, con quel sorriso che illumina di colpo personaggi anche riottosi, dolorosi, ambigui. A differenza di Sy, Haïdara usa meno la fisicità, preferendo lavorare di taglio, per variazioni minime. È più nervosa, più teatrale, più inquieta.
Lo si vedeva già in C’est la vie - Prendila come viene, il film di Éric Toledano e Olivier Nakache che nel 2017 l’ha rivelata al grande pubblico. Era una macchina comica perfetta, un ingranaggio corale, eppure Haïdara bucava. Si faceva sentire. Da allora ha lavorato con Audrey Estrougo, Cédric Klapisch, Michel Leclerc, Michel Hazanavicius, Julien Rimbaldi, Mélisa Godet. A Cannes ci era già stata nel 2010 con Film Socialisme di Jean-Luc Godard, dove interpretava una camerawoman di France 3. Ha raccontato che Godard, per insegnarle a tenere la macchina da presa, le aveva chiesto di filmarlo durante una partita di tennis. «Giocava malissimo!». Torna sulla Croisette con L’Objet du délit di Agnès Jaoui (titolo italiano Crescendo), fuori concorso, dove interpreta Cora, una donna che “prende a calci le porte” dentro una vicenda scossa dal #MeToo.
Rispetto alla giovane recluta godardiana, «oggi ho la fortuna di poter scegliere i miei ruoli, e scegliere significa impegnarsi», ha detto. Senza strafare, leggere appelli, proclamare, vizio purtroppo di altre compagini attoriali. Del resto, come ha dichiarato a Libération, regalandoci forse la migliore definizione di sé stessa, «i personaggi più cinematografici sono quelli che guardiamo meno, quelli meno esposti alla luce».
La cosa eccezionale è essere normale, cantava qualcuno. Ecco perché stasera non dovremo aspettarci chissà quali sorprese. Sul palco salirà una maestra di cerimonie. Semplicemente. E tanto basta.
