Durante la preparazione di Train Dreams, il secondo film che ha diretto a quattro anni dall’esordio L’ultima corsa, Clint Bentley ha perso entrambi i genitori e stava per accogliere il primo figlio. È probabilmente – anzi: sicuramente – sbagliato ricorrere al privato d i un autore per interpretare ciò che ha realizzato, ma è forse attraverso questa prospettiva che si può penetrare nel mistero di Train Dreams, un film di apparizioni spiritiche (con spiritualità) che si muove consapevolmente tra il ricordo e il sogno, il materico e l’onirico, il visibile e l’invisibile.

Train Dreams torna negli Stati Uniti dell’inizio del XX secolo e inquadra un taglialegna impegnato nella costruzione delle ferrovie e chiamato a confrontarsi con le sfide di un mondo in rapido cambiamento. È uno di quei casi in cui non basta la sinossi per restituire il paesaggio interiore, l’orizzonte degli eventi e la complessità tematica di una storia tanto aderente al suo tempo quanto svincolata dalle contingenze cronologiche, incentrata sulla necessità di accettare il dolore e di lasciarsi stupire della gioia con una nitidezza spiazzante.

© 2025 BBP Train Dreams. LLC.
© 2025 BBP Train Dreams. LLC.
Train Dreams. (Featured L-R) Joel Edgerton as Robert Grainier and Felicity Jones as Gladys Grainier in Train Dreams. Cr. BBP Train Dreams. LLC. © 2025. (Courtesy of Netflix)

Nel 2017, all’Austin Film Festival, Bentley ha sintetizzato così il suo approccio: “Lasciati guidare dalla storia, non forzarla verso una conclusione che desideri: se fai bene il tuo lavoro, i personaggi inizieranno ad agire di loro spontanea volontà e potrai seguirli dove vogliono andare”. Train Dreams è la consacrazione del regista: denso di intelligenza emotiva e tagliato da una luce prodigiosa, il corpus delle sue opere sembra testimoniare e sublimare il reale senza ingabbiarsi nell’ideologia del realismo, con la capacità di scommettere sulla speranza evitando di cedere alla retorica.

Nato in Florida il primo giorno dell’anno nel 1985, cresciuto nel ranch in cui due dei suoi bisnonni furono ammazzati e un terzo fu ucciso da un fulmine, Bentley si è laureato alla Stetson University e, per sbarcare il lunario, fa vari lavori, dal bracciante in una fattoria al giornalista. Il cinema è da sempre nell’orizzonte (“Da piccolo avevamo solo tre canali in televisione – ha raccontato in un’intervista a Dallas Observer – ma mia madre era una grande amante dei film, quindi noleggiavamo continuamente videocassette della Movie Gallery”; per i più curiosi, i suoi film preferiti sono Qualcuno volò sul nido del cuculo, I figli degli uomini, Casablanca e Fino all’ultimo respiro), tant’è che non abbandona mai la scrittura e realizza qualche piccolo documentario. Ma è l’incontro fondamentale con Greg Kwedar, un giovane cortista texano, a dare una svolta al destino.

Clifton Collins Jr. in L'ultima corsa
Clifton Collins Jr. in L'ultima corsa

Clifton Collins Jr. in L'ultima corsa

Non possiamo parlare di Bentley senza considerare Kwedar: migliori amici da più di quindici anni, i due costituiscono un sodalizio indissolubile con all’attivo quattro film, due diretti dall’uno e due dall’altro (tutti scritti e prodotti insieme). Il primo, con la regia di Kwedar, è Transpecos (2016), un thriller su tre agenti di frontiera che scoprono un complotto del cartello della droga messicano. Transpecos vince il premio del pubblico al SXSW Film Festival e la critica sottolinea la sintesi tra precisione formale e approdo mainstream.

Nel 2021, è Bentley a debuttare come regista: L’ultima corsa (in originale Jockey), che per temi, personaggi, atmosfere rappresenta lo standard americano del racconto crepuscolare di un uomo che si concede un ultimo rodeo per conquistare una sorta di redenzione (tanti esempi, da L’ultimo buscadero a Tender Mercies). È la storia di un fantino esausto (Clifton Collins Jr., premiato al Sundance) che spera di vincere un ultimo titolo in sella a un cavallo che pare essere un campione, ma deve fare i conti con l’età, gli infortuni e l’arrivo di un giovane fantino che dice di essere suo figlio. L’ultima corsa è un dramma dolce e commovente, triste e immersivo grazie alla consistenza della fotografia di Adolpho Veloso che coglie la golden hour e alla nostalgia suggerita dalle musiche dei The National.

Colman Domingo in Sing Sing
Colman Domingo in Sing Sing

Colman Domingo in Sing Sing

(Dominic Leon)

Nel 2023, una svolta: Sing Sing, diretto da Kwedar, offre un saggio della visione del duo perché esalta la dimensione drammaturgica del dato cronachistico, partendo dell’esperienza di un laboratorio teatrale tra i detenuti del carcere convocato dal titolo. Accanto a una star come Colman Domingo (candidato all’Oscar insieme alla sceneggiatura e alla canzone), c’è Clarence “Divine Eye” Maclin, che è stato davvero recluso in quella prigione, e durante la detenzione, ha partecipato al programma riabilitativo.

Con un budget contenuto (2 milioni) e un incasso più che raddoppiato, girato in meno di venti giorni con una pellicola in 16 mm per valorizzare la luce naturale che filtra nelle finestre del carcere e il mondo fuori che si scorge in lontananza, Sing Sing non è un ricattatorio feel good movie ma uno di quei film che gli americani definiscono “inspiring”, cioè capaci di trasmettere un messaggio attraverso una storia potente e dal forte impatto umanista.

© 2025 BBP Train Dreams. LLC.
© 2025 BBP Train Dreams. LLC.
Train Dreams. (L-R) Felicity Jones as Gladys Grainier and Joel Edgerton as Robert Grainier in Train Dreams. Cr. BBP Train Dreams. LLC. © 2025. (Courtesy of Netflix)

Seguendo lo schema dell’alternanza, la regia di Train Dreams tocca a Bentley. All’origine c’è un racconto del compianto Denis Johnson, letto e amato da Bentley una decina di anni prima di ricevere l’offerta di adattarlo. A dare corpo al protagonista, un magnifico Joel Edgerton che con la forza tranquilla di chi conosce la sottrazione – e capisce davvero il carattere dei personaggi che interpreta – esplora tutte le sfumature di un uomo tranquillo, un antieroe paziente che si muove sulla frontiera di un’America respingente e ostile.

Una meditazione sull’epica dentro il quotidiano, sul senso della memoria, sulla possibilità della bellezza con malinconia e brutalità, tenerezza e ruvidezza, che ripensa lo stile di Terrence Malick senza compiacersi della deriva contemplativa, inquadrata in un evocativo 4:3, toccata dalla luce naturale di Veloso (dai cieli tersi e gli alberi rigogliosi si passa alla cenere dopo l’incendio e alla scomparsa del verde) e dalla struggente title track che Nick Cave e Bryce Dessner (il chitarrista dei National). Con un finale che non si dimentica: che lunga strada prima di sentirsi finalmente parte di qualcosa.